Mario Biondi per Raropiù

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LA MIA AMICA PLATINETTE

Platinette – Mina, Milva, Patty Pravo, Ornella Vanoni? Se mi devo riconoscere in qualcuna di loro… direi Orietta Berti!

di lucio nocentini

L’appuntamento per l’intervista è a casa di Mauro (Coruzzi) in una zona molto tranquilla subito a nord di Milano, la Maggiolina. Villette e giardini come in provincia, perché lui si sente “una di provincia”. L’appartamento, a piano terra, è molto tecnico. La tivù è enorme, come pure il tapis roulant! In aria, anzi in ballo, c’è un bellissimo pezzo Io sono una finestra, che Grazia di Michele ha scritto per lui, e che è piaciuto tanto a Carlo Conti. Tra una chiacchierata e l’altra la Nostra si infila una parrucca biondissima sulle 23, prende una margherita e la sfoglia dicendo “Sanremo sì, Sanremo no, Sanremo sì, Sanremo no?”.

Mi hai portato dei fiori? Ma non sono mica morta! Prendili tu, Stefania (esclama rivolta alla sua assistente tuttofare, “indispensabile”, per dirla con lui).

Dato che chissà, potresti accingerti a calcare il palco(scenico) di Sanremo, mi piacerebbe parlare proprio con te, delle icone della musica italiana. Anni fa, era il 2005, la commedia si chiamava BIGODINI, recitavi insieme a Benedetta (Crocco Mazzini) e definivi Mina con un cerchio e Nicoletta (Patty Pravo) con un triangolo. Cosa volevi dire esattamente?

E chi se lo ricorda? Fammi pensare… Tutto partiva dal gesto, comunque, più che da una figura geometrica. Una cantando allontana e l’altra invece avvicina. Mina allontana ed è come se ti inducesse a fare una riflessione su quello che sta dicendo, mentre Nicoletta sembra che ti attragga a sé, invece ti conferma la sua diversità perché lei non è una sola. Mina la riconosci qualsiasi cosa faccia, dalla canzonetta alla musica sacra. E’ come se fosse un tondo, anche nella voce. Nicoletta invece è attrice di se stessa. E’ capace anche solo con uno sguardo di dirti “Ma ti rendi conto che sono Patty Pravo anche quando sono seduta sulla tazza del cesso?”. E’ una che ha qualche problema a staccare la persona dal personaggio. Comunque una che suona e che è molto attenta alla ricerca. E’rivoluzionaria senza volerlo: il suo disco cinese (Ideogrammi) era avantissimo. E tutt’oggi, vedi il duetto con Morgan, Il vento e le rose.

Ti piace molto, Nicoletta…

Patty è una vera amica. Mi piace tutto quello che ha fatto, anche la parte peggiore. Io amo Parole, per esempio. Lei è quella che ha cantato la colonna sonora della mia vita. E’ stata per me una compagna di viaggio, mi ha insegnato la libertà, mi ha insegnato anche l’esagerazione. Mi ha insegnato il pop, poi la canzone d’autore. Faceva Brel a 23 anni! La canzone degli amanti. Diamole atto che ha un intuito formidabile. Il fatto che se ne sia andata in America e nei deserti, per cazzi suoi, meglio ancora. E a proposito di Vasco, la sua ultima Come vorrei, poteva darla a lei. Con la sua voce l’avrebbe resa magica. Invece le ha dato La luna… Anzi no, lei ha cantato La luna che Vasco aveva composto per la Mannoia. Così ho sentito dire.

E Mina?

Oh, lei è tutta un’altra cosa, specialmente da quando ha mollato il colpo.

Secondo te, dovrebbe tornare a fare un ultimo concerto?

No. Sarebbe la fine del mito. Te lo immagini vederla con le rughe sul collo e le zampe di gallina? Ma va là.

Potrebbe mettersi un paio di occhialoni neri e una sciarpa…

Ma no. Non è mica un agente segreto! Non deve tornare perché così rimane la protagonista assoluta di un’epoca, non avrà mai concorrenza. Perché dovrebbe andare a rimetterti in mezzo a ‘sto circo. Perché? E’ la regina in assoluto. Anzi, se tornasse sarebbe l’ammissione di una debolezza, di una certa fragilità che forse lei ha, ma che è meglio non faccia vedere. Io l’ho vista come vive. Serena come nessun’altra al mondo. Co ‘sti zoccoli e le calze bianche arrotolate, ciabatta per casa, una casa normale, anzi, più modesta del previsto. Cucinetta metà di questa stanza, tavolino bianco, microonde qualsiasi, infila dentro questo cazzo di pezzo di torta, te lo butta lì. Senza tante storie… Sì, hai sempre il dubbio, quando apre bocca che sia una che la imita. E capisci anche che la grandezza è quella lì. Mina, professionalmente parlando, è anche molto più avanti di suo figlio e dei suoi collaboratori. Non per niente ha detto sì a Mondo Marcio permettendogli di usare pezzi del suo vecchio repertorio nel suo nuovo lavoro rap. In questa operazione lei ha intravisto la possibilità di essere traghettata via. Via dal vecchio.

Stiamo parlando di due indiscusse icone gay. Ma che cosa è un icona gay? In Inghilterra, la più amata è la grandissima Dame Shirley Bassey. In America lo sono Cher, Barbra Streisand, Madonna…

Sarà una questione generazionale. Dai. Ancora Shirley Bassey? Basta! C’ha ottocento anni! Oddio, anche noi non ne abbiamo più venti… Sarebbe invece molto più interessante capire se ce ne sono, di icone gay, nuove. E come hanno fatto a diventare tali.

Mi viene in mente solo Amy Winehouse…

Che però è morta e arrivederci! No. Direi che una icona gay di oggi è Lady Gaga.

Ho visto un suo video tutto ammiccamenti e toccamenti e mi sembra la caricatura povera di Madonna, peccato che siano passati trent’anni nel frattempo. Io trovo Wilma De Angelis, con Dimmi di sì, versione italiana di Bad Romance, molto più moderna e attuale di Lady Gaga…

La Wilma e la sua Patatina… l’abbiamo cantata insieme anche in tivù. Di sicuro lei era ed è più pimpante di me e Lady Gaga messe assieme! Comunque tornando a Lady Gaga, sono stato a un suo concerto e pareva una convention di froce. Con tutto il rispetto. Poche donne ed eterosessuali rarissimi. Secondo me è l’esagerazione che fa l’icona. In tutti i modi. Nel caso di Mina è la meglio riuscita perché mise insieme e ancora lo fa nonostante non appaia, una serie di caratteristiche di cosiddetto camp (che tradotto vuol dire un’esagerazione portata all’estremo). Senza sopracciglia, un trucco fino a qua, la voce che supera se stessa, l’imponenza dell’altezza, la sfacciataggine di un talento buttato così, in faccia a tutti. Ogni cosa in maniera esagerata. In televisione e al cinema c’andava con i programmi in prima serata, con i musicarelli, coi caroselli, ovunque. Sui giornali ovunque. Nella sua femminilità c’è quella esagerazione che difficilmente altrove si trova. Mina, è un po’ come era Maria (la Callas, non la De Filippi). Oltretutto di casa abitavano qui a Milano, anche se non contemporaneamente, una di fronte all’altra.

No, nello stesso palazzo. La casa della Callas fu abbattuta e al suo posto c’è il condominio dove abita(va) Mina.

No, di fronte. Me l’ha fatto vedere lei. O almeno lei, sul balcone, fumando, diceva così. Poi, poco più in là, mi indicava la casa di cura dei musicisti, quando ancora c’era la Lattanzi (Tina Lattanzi, mitica doppiatrice, tra le altre, di Greta Garbo n.d.a.). Va beh, insomma abitava … o di qui o di là… cosa dicevamo?

Icone gay…

Sì sì. Però c’è anche una patologia in tutto ciò. Perché deve poi esserci anche la capacità di distaccarsi dai miti. Non voglio criticare a tutti costi, ma non credo che Marlene (Dietrich) abbia fatto tutti film bellissimi. Non mi piace dell’icona gay, il pensiero che sia inattaccabile. Io non mi inginocchio davanti agli altari in chiesa e non lo faccio con certi artisti che spesso ho modo, in tivù, di frequentare; il rischio è che a volte, conoscendoli di persona, si può rimanere delusi. Perciò vado molto con i piedi di piombo.

Altre icone gay?

Milva e Ornella Vanoni. La prima è la più “travestita” tra tutte, nel senso dell’esagerazione già del timbro della voce. Questo suo modo di fare caricato, mai un’espressione naturale, mai una battuta fuori dal copione! Ornella invece è emblema di snobberia. Nata bene, upper class milanese. Conserva sempre quel leggero distacco dalle altre, che vede meno belle di lei, meno brave di lei, meno interessanti di lei. Anche se lo fa involontariamente. Ma Ornella piace a un pubblico più allargato. A questo riguardo, ricordo che a Sanremo 1966, non ne voleva sapere di cantare in coppia con Orietta (Berti) Io ti darò di più. Diceva “io non ci vado con quella contadina”. Neanche ci voleva fare foto insieme. Che poi, passa il tempo e tutto cambia. Ci si rabbonisce. C’era un periodo che Ornella mi chiamava la mattina presto, forse soffriva d’insonnia e siccome io mi alzavo presto per lavorare in radio. Mi chiedeva: “Piove oggi? Esco adesso? Non so se uscire oppure no.” Alti e bassi. Ho un filo di perplessità nei suoi confronti. Secondo me non si è mai concessa a nessuno veramente. Però è spiritosa, intelligente… incute un po’ di timore comunque anche se si lascia, a sprazzi, andare.

Orietta è un tesoro…

Orietta è una bella icona gay. Icona gay di campagna, “che il gusto ci guadagna”. E’ una simpatica nella vita. Molto più di tutte le altre messe insieme. Se io stessa mi devo riconoscere in qualcuna vedo lei come la più vicina a me, per la terra, cioè il territorio, l’ Emilia, ma soprattutto per la semplicità. Le ho chiesto di fare una cosa con me, (un pezzo che si chiama Dimmi, degli anni ottanta, inserito nel mio secondo LP, intitolato Perle coltivate) (il primo si chiamava Platinette, da viva n.d.a.) e a differenza di altre che ci hanno pensato e ripensato prima di accettare, lei ha detto subito sì. Con molta chiarezza mi ha detto che voleva le percentuali sulle vendite. Ahh. E non ha voluto un soldo. Quando abbiamo fatto il pezzo mi ha chiesto: “posso fare una prova?”. Io ero terrorizzato… e poi siamo andati a mangiare e lei si è scofanata ogni cosa. E’ una normale.

Un’altra tosta?

La Rettore, Donatella Rettore. Mi dispiace che l’Italia non l’abbia omaggiata degnamente… Non sarà chic, ma scrive tutto da sola, e ha fatto della letteratura pop. Ha inventato i neologismi che sono diventati parte del nostro vocabolario. Come splendido splendente. Il suo trasformismo è come quello di Lady Gaga con trent’anni di anticipo. Donatella ha un carattere di merda, che la rovina. Peccato perché è la più eccentrica. Vulcanica. Quella che ha cambiato più volte faccia. E ha scritto sempre tutto di suo pugno. La Consoli è brava, ma è più uomo. E’ più un cantautore.

E Giuni Russo?

Giuni, oltre l’esagerazione, con quel look iniziale da soldato. Un disco straordinario di partenza, Energie, prodotto da Franco Battiato. E dopo le canzoni popolari quelle intellettuali. La sua malattia infine, quando è diventata di una dolcezza inattesa. Lei poteva fare qualsiasi cosa. Aveva una voce unica, potente, meravigliosa. Battiato stesso, che si definisce un asessuato, se potesse rinascere donna, rinascerebbe Giuni. Lui ci ha provato con tante. Con Alice, con Milva, ma con lei ha raggiunto punte straordinarie.

Che poi la discografica di Giuni è stata Caterina Caselli…

Sì, lei è una brava a intuire le potenzialità di una persona. Pensa solo a Elisa, scoperta da lei e lanciata da lei. Mi piaceva tanto Fanigliulo, dei suoi. E’ una manager capace che ha anche sofferto un po’ per aver mollato il microfono, perché le piaceva molto cantare. Non era bravissima ma aveva un repertorio strepitoso, specie quello iniziale, meno colto. è che mi verrebbe voglia di dirvi perché con Grazia abbiamo scelto una canzone di Giuni così allegra come Alghero…Dunque, l’estate scorsa siamo stati insieme a una manifestazione ad Alghero, a dieci anni dalla scomparsa di Giuni, che entrambe abbiamo avuto il privilegio di frequentare: parla tu che parlo io, suona tu che io non so suonare e avanti così fino a quando qualche settimana fa c’è tornato in mente quel momento e ad entrambe, tanto che quando stato posto il quesito “quale canzone cover vorreste fare”? di una lunghissima lista, dubbio alcuno non abbiamo avuto. No, non cambiamo del testo nemmeno una virgola, ma adesso, finché posso, dalla doccia alla macchina ululo squillanti “Voglio andare a …Sanremooooo…”, tutto qui, ho bisogno di un periodo in Riviera, si, ma in clinica per anziani mentalmente “disturbati”…è che mi verrebbe voglia di dirvi perché con Grazia abbiamo scelto una canzone di Giuni così allegra come Alghero…Dunque, l’estate scorsa siamo stati insieme a una manifestazione ad Alghero, a dieci anni dalla scomparsa di Giuni, che entrambe abbiamo avuto il privilegio di frequentare: parla tu che parlo io, suona tu che io non so suonare e avanti così fino a quando qualche settimana fa c’è tornato in mente quel momento e ad entrambe, tanto che quando stato posto il quesito “quale canzone cover vorreste fare”? di una lunghissima lista, dubbio alcuno non abbiamo avuto. No, non cambiamo del testo nemmeno una virgola, ma adesso, finché posso, dalla doccia alla macchina ululo squillanti “Voglio andare a …Sanremooooo…”, tutto qui, ho bisogno di un periodo in Riviera, si, ma in clinica per anziani mentalmente “disturbati”…

Alice?

L’ho molto amata nel suo repertorio pop. Quello che faceva prima di cantare Battiato. Adoravo A cosa pensano. Forse si è fatta un po’ irretire dalla storia della ricerca spirituale che ti porta via anche la lucidità per una produzione più moderna. Non puoi pensare di andare in cerca di te stessa e che ti seguano milioni di persone. La tua ricerca ti restringerà il campo. Essere sofisticata, a volte ti può riuscire, a volte no. Che ti aiuti Tiziano Ferro non basta. Alice, con quel collo chilometrico, ha una bellezza incredibile. Ad Alice, Battiato ha fatto anche vincere un Sanremo, non dimentichiamolo.

Scegline una tu, adesso…

Un sottovalutata. Marcella. E’ una cantante pura e semplice, con qualche punta di kitsch notevole. Capolavori di pop moderno. E’ uno stile il suo.

E la Carrà?

E’ un grande esempio di pop. Non essendo in grado di cantare in un altro modo, canta canzoni facili che tutti possono ricantare. E questa facilità la premia di un successo longevo. Canzoncine da gita, da corriera, come Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, Maga Maghella, e Chissà se va… Comunque per me che amo il pop, mi da un po’ fastidio che le icone gay celebrate siano sempre quelle due o tre grosse…

Parliamo allora di Sylvie Vartan?

Già, chi non ricorda il suo “Buonasera Buonasera” a Doppiacoppia? Chi non ricorda il suo Come un ragazzo e Zum zum zum che batté perfino la versione di Mina? Inoltre Sylvie ha avuto una vita che ha contribuito parecchio al suo successo.

E le sorelle Berté?

Loro sono un caso raro, nel senso che sono state entrambe rivoluzionarie. Molto di più lo è stata Loredana. Dal punto di vista personale non la amo per niente, però lo spezzato della sua voce è strepitoso. Canta il rock spezzando tutto quanto. Prendi Ragazzo mio. Ne ha fatta una versione tutta sua, indipendentemente da Tenco. E questo modo di cantare è forse sinonimo di una rabbia mai sedata, di un tormento interiore di quelli grossi. Ne fa la più grande interprete di rock italiano.

E Mia?

Mimì, io ho lavorato con lei quando lavorava per un disco di cover. Ho amato poco vederla perché ho dovuto assistere a qualcosa che non potevo frenare e mi procurava imbarazzo. Non voglio fare la santa perché di alcool e droga il mondo dello spettacolo ne è pieno, però vedere una donna resa così insicura dall’infelicità mi faceva male. E forse è meglio che se ne sia andata prima che fosse troppo tardi.

Gianna Nannini?

La Nannini è una figlia ricca della borghesia, una snob, che se non ha la vena ci ricanta le romanze, come in questo suo ultimo lavoro di cover che se ce lo risparmiava era meglio… Fino a ieri erano tutte contro i talent, poi ci vanno a fare le ospiti. Fino a ieri dicevano il passato è passato. Oggi si mettono a fare le canzoni del passato. Oh, a me non me ne frega niente di sentire da te Lontano dagli occhi di Endrigo, solo perché è stato adottato dalla sinistra chic. Quando se le cantava lui non se lo cagava nessuno. Erano robetta. Un po’ come Gaber. Improvvisamente è diventato una icona. Perché prima che cos’era, un deficiente? Quando cantava Non arrossire, Com’è grande la città, Barbera e champagne, no, e quando faceva il teatro sì?

Fiorella Mannoia?

Lei credo si sia fatta travolgere dal fatto di essere considerata la musa dei cantautori. Io sento una cantante molto dotata e brava, ma mi arriva fredda.

E Antonella Ruggiero?

La vedo chiusa come un’armatura. Eviterei le canzoni in coro con i bersaglieri, anche se la ricerca personale non si può discutere. Non sbatto la testa, quando l’ascolto.

Rita Pavone?

La adoro. Mi piace tantissimo. Ha fatto un ultimo lavoro bellissimo. Soffre del fatto che non le abbiano dato il giusto riconoscimento. Ha venduto più dischi nel mondo… che alla Pausini ci vorrebbe un’altra carriera per raggiungerla! Io mi accontenterei di questo, fossi in lei.

E per concludere… Grazia di Michele?

E’ un genio che ha scritto una bellissima canzone per me (ridacchia). Inoltre sarebbe stupefacente se accettassero a Sanremo due babbione come noi! Due vecchie! Avremmo anche il pezzo, Alghero, da eseguire il venerdì, tanto omaggiare Giuni. Dalla macchina alla doccia, in questi giorni non faccio che cantare: “Voglio andare a Sanremooooo, in compagnia di uno stranieroooo”. Sì che ci andremo a Sanremo, io e Grazia, in riviera, in una clinica per anziani “mentalmente disturbati”.

Anzi, per concludere ancora meglio, dovremmo parlare dell’icona Platinette, no?

L’avere cambiato il senso di accettazione… a me questo interessa. Uno che è frocia, brutta, travestita, orrenda che però, porca troia, ce la fa!

Da donna ti piaci di più?

Mi sento più sicuro, adesso, travestita. Comunque, a prescindere dal travestirsi o meno, Il risultato vero sarebbe andare al festival di Sanremo senza che faccia impressione a nessuno il fatto che io sia là. E’ bello essere considerati una che ha un cervello che funziona e che sa fare qualcosa d’altro, oltre i bocchini! Più dell’intelligenza, comunque mi interessa che questa tipologia di persone non venga sempre relegata ai margini come s’è fatto per anni. Io non ho inventato niente, per quello che mi riguarda, anzi negli anni settanta ero un po’ meglio perché ero più giovane e più magra. Da allora ho una truccatrice, Laura, quindi sì, ho perfezionato il trucco. Le parrucche rispetto ad allora vengono lavate. I vestiti sono scelti con un pochino di cura ma nemmeno troppa. Mi piace sempre avere in me qualcosa di disgraziato. Il pelo non me lo toglierò mai, per esempio. Eppoi son cattiva vera (ride come una matta).

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FIORELLA MANNOIA, A TE, LUCIO


RAGIONE E SENTIMENTO DI FIORELLA MANNOIA, ANZI ROSALBA!
di Lucio Nocentini

“Avevo già pronto il mio cd di inediti ma ho deciso di fare una sosta e di buttarmi in questo omaggio a Lucio Dalla. Perché ho sentito di doverlo fare: per affetto e per tanto altro”. Così ha affermato Fiorella Mannoia presentando la sua ultima fatica dal titolo A TE, una rilettura di una manciata di capolavori del grande cantautore bolognese. E ha continuato spiegando: “L’ho voluto realizzare alla vecchia maniera, dal vivo. Le registrazioni tradizionali degli album in studio mi hanno un po’ stufata. Trovarsi a cantare in mezzo all’orchestra è più adrenalinico e ognuno dà il meglio di sé”.
Per la scelta dei brani afferma di aver fatto molta fatica: alcuni li ha scelti per affetto come Cara e Anna e Marco, che lei e Lucio avevano cantato insieme tante volte, altri perché li ha sempre amati, ma la difficoltà è stata nel cantarli, perché, spiega, non tutti si sono resi conto dell’estensione vocale che raggiungeva Dalla. Lei non ce l’ha per cui ha dovuto rinunciare con la morte nel cuore a brani come Apriti cuore, dove la voce va tanto giù.

Ho ascoltato e riascoltato bene il disco e mi è venuta in mente una grandissima banalità… com’è lontana la ragione dal cuore! Perché sulle affermazioni di Fiorella ne avrei da ridire un sacco. Prima cosa io comincio a essere un po’ stufo di tutti questi live. Così facili da realizzare… e soprattutto di tutte queste cover che possiamo cantare a memoria fin dalla prima strofa. E con Dalla, in particolare, la gara è durissima perché siamo tutti troppo affezionati alle sue straordinarie interpretazioni. Ci hanno accompagnato dagli anni settanta a oggi. Fanno oramai parte del nostro dna. Guai a chi le tocca! Poi non c’è bisogno di cantare le canzoni di Lucio per accorgersi che aveva una gran voce. Nessuno è sordo. Questa è la “ragione”.
Poi però arriva il “cuore” perché in questa “manovra di Fiorella” che da lontano puzza alquanto di operazione commerciale c’è talmente tanta bravura, compostezza, rigore, in una parola, amore, che come una freccia arriva dritta al cuore!
A TE è un bel disco. Una bella rilettura, che a prescindere dall’affetto per il grande cantautore recentemente scomparso, riporta per certi versi alla Fiorella Mannoia che vinse “Premiatissima” con la cover Margherita. Ve la ricordate? Eravate Nati?
Ad accompagnare Fiorella “l’Orchestra Sesto Armonico” e ben cinque sono stati gli arrangiatori, Peppe Vessicchio (Cara), Pippo Caruso (Caruso e Anna e Marco), Stefano Zavattoni (Sulla rotta di Cristoforo Colombo e Se io fossi un angelo), Marcello Sirignano (Chissà se lo sai, Milano, Felicità) e Paolo Buonvino (La casa in riva al mare e La sera dei miracoli). Loro hanno aggiunto o tolto alcuni elementi dell’orchestra a loro piacimento.

Fiorella ha ancora affermato “Non ero la migliore amica di Lucio, ma una sua amica comunque. L’ho frequentato nelle sue case di Milo, Bologna e Tremiti. Per lui e Marco (Alemanno) ero Rosalba. Aveva deciso di chiamarmi così e sul suo cellulare ero registrata come Rosalba. Così nel libretto, quella che dice: – Grazie a Lucio per tutto quello che ci ha lasciato, che rimarrà per sempre nei nostri cuori, Rosalba – beh, quella sono io! Lucio era capoccione, testardo, ingombrante ma era unico e avevamo un rapporto di affetto e stima reciproci. In una definizione direi ‘tenero’. Era un cantante vero, che quando apriva bocca piangevi, non solo per quello che diceva ma per come lo cantava. Io ho assorbito molto da lui, tutto quello che potevo. E’ molto curioso il fatto che io, essendo una donna, possa cantare le sue canzoni nella stessa tonalità. La sua voce era così alta e la mia così naturalmente bassa che in ogni mia cover di Lucio la base rimane identica all’originale”.

E veniamo alle singole canzoni.
Una delle più convincenti è La casa in mezzo al mare. Sembra una nuova di Fiorella, tanto è ben interpretata. Il testo, leggermente più lento che nell’originale, appare più poetico che in Dalla. E stessa cosa succede per Se io fossi un angelo: il ritmo più cadenzato e rarefatto ci fa gustare il testo in maniera più efficace. E gli arrangiamenti in entrambi i brani sono gradevolissimi. Come in Sulla rotta di Cristoforo Colombo. Canzone meno nota di tutte quelle del disco, e forse quella che più intriga, proprio per questo motivo. Ci riporta alle atmosfere dolcemente retrò di quel bell’inedito del Live Dalla De Gregori (Work in Progress), il cui titolo è Gran Turismo. Poi c’è quel capolavoro di Caruso che già Mina aveva inciso in Ti conosco mascherina: ne aveva fatta una versione in bilico tra jazz e rock. Anche Milva ci aveva provato con enfasi e passionalità. La sua versione del 1994 si trova in un cd tutto arrangiato da James Last che porta il titolo Dein ist mein ganzes herz. Fiorella canta Caruso in maniera quasi scolastica. Ineccepibile, se vogliamo, convincente, intensa ma la mia preferita rimane comunque l’originale di Lucio Dalla!
Chissà se lo sai è un pezzo che Fiorella definisce meno conosciuto, ma non lo è per chi come me ama Ornella Vanoni che ne fece una splendida rilettura nel 1986, in sala d’incisione a due passi da New York (nel New Jersey). Il disco si chiamava Ornella & , e al sax c’era nientemeno… Chris Hunter!
In Felicità Fiorella duetta in maniera appassionata con Ron che dalle prime note ci provoca un brivido lungo la schiena, tanto la sua voce ricorda quella di Lucio.
Anche Milano, “col suo Olé da torero”, è una bellissima prova, e Anna e Marco convince alla grande. Stella di mare, che apre il concerto è molto coinvolgente. Comunque la punta di tutto l’album secondo me è Cara che la Mannoia nei concerti di quest’anno ha proposto con trasporto emozionando le platee, proprio per ricordare Lucio e per sottolineare il grande vuoto che ha lasciato.
Insomma, avrete capito che questo cd si ascolta che è un piacere, sia da soli a tutto volume, che in sottofondo durantre una cena con gli amici. E non bastasse si può anche guardare, perché è accompagnato (arricchito) anche da un piacevolissimo dvd che ha una straordinaria fotografia (in bianco e nero il concerto registrato a Roma in due giorni, il nove e il dieci settembre di quest’anno) e contiene piccole sorprese, tipo Fiorella (con e senza Marco Alemanno) che ci descrivono un Dalla pazzoide che per raffreddare un cappuccino ci fischiava una canzone. Quella la prima volta che Fiorella lo incontrò in un bar. E diventò Rosalba. Nel video Ron rivela pure che Lucio creò Occhi di ragazza per mandarlo a cantare a Sanremo in coppia con Sandie Shaw, nel 1970. Il resto non voglio anticiparlo. E’ un susseguirsi di chicche.
Due riserve: la copertina ha poco impatto e discutibile la performance di Alessandra Amoroso. Più che “questione di feeling”, direi “questione di marketing”!

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SELFIE, MINA, ti prego, ASCOLTATI!

SELFIE, MINA, TI PREGO, ASCOLTATI!

Nella tua notoria riservatezza, Mina, sei la cantante più chiacchierona che conosco. Ogni settimana su Vanity Fair dispensi ricette d’amore e tra le righe ti racconti a più non posso. Su La Stampa, negli anni passati hai pubblicato bellissimi articoli grondanti di appassionati pensieri. Menomale che non rilasci interviste dal ’78! E comunque, se avessi cambiato idea, da allora nessuno te ne ha più chieste (a parte quel ridicolo Bagnasco al citofono a Lugano, qualche mese fa. Troppo divertente tu incavolata nera che fai finta di essere la cameriera e rispondi “No, non c’è… la signora è al Forte”.

E quando scrivendo parli di te stessa ti definisci: una che non ride quasi mai… una che non canta quando cucina… una che è spesso di pessimo umore… una che ha la luna storta un giorno sì e un giorno sì.

Si sa, Mina, sei stata tanto tartassata, usata, tradita, fraintesa, abusata, ferita e chi più ne ha più ne metta. Così, nel tuo eremo svizzero ti sei costruita una barriera composta da mattoncini amici fedelissimi e abbottonatissimi. Ce l’hai a morte con la gente curiosa, con le persone invadenti e maleducate, con quelli che ti spiano, ti additano e ti fotografano. Peggio ancora con quelli che ti riprendono con quei maledetti telefonini telecamera mentre fai la spesa o passeggi col cane. E magari ti pubblicano su Youtube appena tornati a casa. Confesso che anch’io, una volta di tanti anni fa, cedetti alla tentazione, (ero stato accolto con tanto affetto da Massimiliano nella tua ex sala d’incisione), di fotografare il cesso “dove ti sedevi”; per essere sicuro di immortalare quello giusto fotografai sia quello rosa delle femminucce che quello azzurro dei maschietti! Mi scuso qui. Se mai dovesse ripresentarsi l’occasione, giuro, non lo faccio più. A mia discolpa, posso dire, che ero tanto giovane… e cretino.

A volte sogno di intervistarti e la prima domanda che ti farei sarebbe: “Ascolti mai i dischi di Mina?”. Risponderesti sicuramente di no. Perché per personaggi del tuo calibro, la musica è un lavoro, e come tale, finisce nel momento in cui si abbassa la saracinesca della sala d’incisione.

Tutto questo panegirico per due motivi:

primo perché stavolta Mina, tramite il magico Mauro Balletti, hai avuto il coraggio (o meglio la sfacciataggine) di mettere come tuo Selfie il culo di un elefante, quello di una zebra e la faccia spaurita di un giovane macaco giapponese. E vabbè, con quello che ho scritto sopra direi che noi impertinenti e spudorati curiosoni ce lo siamo meritato.

Secondo perché questo CD lo trovo un grande capolavoro Camp che ti fa tornare la voglia di cantare, di fare sesso (se mai uno l’avesse persa), di ridere, di alludere, di giocare. Così se tu Mina lo ascoltassi BENE come facciamo noi fan dalla mattina alla sera, cinque o sei volte al giorno, per almeno una settimana intera, ti divertiresti un casino, ti tornerebbe il buonumore, canteresti mentre giri il ragù, rideresti come una matta mentre stiri o ti lavi i denti e chissà, magari potresti diventare una fan di te stessa.

E adesso è ora di schiacciare il play.

Questa donna insopportabile è il titolo del primo raffinatissimo brano. Ma va? Una donna insopportabile tu? E qui, come si dice “ce la canti”: Se ci penso adesso vorrei fare un enorme cerchio rosso intorno a me, un confine per non farmi prendere… accusata da dover nascondermi… sono ancora troppo fragile per affrontare questa vita stupida che sia, stanca, rattoppata ma soprattutto mia…. E’ il pezzo che mi ha conquistato subito perché questo tuo prendere le distanze, questa tua lontananza mi ti ha fatto sentire vicinissima. Vera. Complimenti a Federico Spagnoli, autore (sia del testo che della musica). E complimenti al tuo Max per l’arrangiamento essenziale ma molto elegante! Come lo è lui.

Io non sono lei. Ritmo e gridolini da libidine. Lascerò che tu ti innamori ancora un po’, poi la bocca mia ti dirà di no. Io non sono come tu mi vedi. Lei è buona e perdona, io mai. Prova e vedrai! Mi allontanerò quanto più mi cercherai, fino a che il mio nome griderai… Ci risiamo, Mina, prendi le distanze da vera star, come, imitandoti le prenderemo noi che ti amiamo, uomini e donne, tutte “finocchie dentro”, che ne faremo un inno tormentone estivo. Tu icona gay? Ma va? Che novità!

La sola ballerina che tu avrai. Una voce intensa ma velata accarezza una musica dolcissima di Mattia Gysi e Axel Pani. Il testo è di Lele Cerri. Un aficionado. Arrangia benissimo Ugo Bongianni. L’atmosfera è intensamente gradevole, come nella Compagna di viaggio di Faletti. Una ballad attualissima nella sua semplicità.

Il pelo nell’uovo (Gianni Bindi – Matteo Mancini). Ai primi ascolti spiazza per l’arrangiamento. Un ballabile disco vintage. Ma ascoltala, Mina più e più volte. Ti conquisterà perché è una follia. E’ pazza. “Finocchia” anche questa. Sembra di vederti mentre la canti scuotendo la testa,un po’ imbronciata, gesticolando e ballonzolando come quella volta che eri tutta un boccolo, alla tivù Svizzera (Colpa mia). Un ritmo di percussioni e fiati decisamente demodé. Un capriccio. Tanta, tanta voglia di trasgredire. Ti lascio perché da te ho avuto già tutto

Alla fermata (Gianni Leuci). E’ perfino scontato dire che siamo di fronte a un capolavoro. Ascoltalo Mina, se ce la fai, senza che ti si stringa la gola per l’emozione. Ah, cosa sei, forse un’onda così grande che mi bagna e non fa male… Quell’ Ah… arriva tra le scapole come una pugnalata.

Perdimi (Mario Capuano). Anche qui non ci sono parole. Ci fai piangere. Ma come fai a rendere così appassionatamente spagnoleggiante e sanguigna una canzone che in fin dei conti è formata da parole e da pallini segnati in un pentagramma? Si sente, carina, che ci provi gusto a cantarla. Tanto poi quelli che rimangono sbudellati siamo noi. E a proposito della Spagna, sai se Almodovar l’ha ascoltata?

Il giocattolo (Gianni Bindi – Matteo Mancini). La tua voce di miele che toglie il respiro dov’è Ah, con qualcun altro…Sento ancora il profumo lasciato nel letto e non so Ah, se voglio un altro. Ne vogliamo parlare? Chi, ascoltando il pezzo, non prova brividini giù, lungo la schiena, vada a farsi dare un’occhiata da uno specialista di endocrinologia. Pezzo minosissimo. Intrigante da morire. Non ho capito se il giocattolo è un cazzo o una marchetta. Ma fa poca differenza.

Mai visti due (testo Lele Cerri). La musica, forse la più intensa ed emozionante di tutto il disco è di Franco Serafini (che arrangia pure). Franco, sei grande grande grande. Mi blocchi il diaframma come se fosse un bolero o l’aria struggente di un’opera sinfonica.

Troppa luce (Gianni Bindi – Matteo Mancini). Un divertissement col tuo Edoardo, che nell’intro canta a squarciagola. Distante nonna Mina, e ammettilo che quel giorno eri tutta pimpante e allegra! Almeno quel giorno. La canzone è una chicca. Il ritmo è molto stuzzicante. Scanzonato.

La palla è rotonda (Maurizio Catalani, Claudio Sanfilippo – Claudio Sanfilippo). Una vera bellezza questa rassicurante sigla per i mondiali di calcio. Le parole rimbalzano di tacco di punta di esterno e di sponda come una palla, come rimbalzavano nell’ Acqua di Marzo e in tante altre sambacce brasilere che grazie a te (e a Ornella) ci sono entrate nel sangue… Inutile ricordare Ossessione 70Albertosi Albertosi…chi se la scorda?

Oui, c’est la vie (testo Maurizio Morante, musica di Axel Pani). Mi ha riportato alle atmosfere di Ma ci pensi, un pezzo dolcissimo di Attila. Perché anche in questa canzone la tua voce è senza tempo. Potresti avere trenta o cinquant’anni. Quanti ne hai realmente poco importa. Ma sai che qualche volta, quando canti le canzoni di questi ultimi anni, mi sembra di vederti con i riccioli biondi, anziché con la treccia? Complimenti ad Axel. Faglieli quando lo vedi, da parte mia.

Aspettando l’alba (Fabrizio Berlincioni – Mauro Culotta). Che bellezza questo pezzo da struscio da balera. Languidone. Io faccio un discorso alla luna, per fortuna che c’è ancora lei. E la freschezza della tua voce conquista, se ce ne fosse bisogno dopo tutto questo bendiddio.

La fine. Ma guarda chi si rivede alla fine! Anzi chi si riascolta. Un pezzone piacevolmente antico e rassicurante del grande Don Backy. Una gustosa e saporita ciliegiona su questa torta farcitissima e riuscitissima. Complimenti di cuore all’autore, ovviamente, ma complimenti sempre e comunque a te e a tutta la premiata pasticceria Mazzini.

Allora, dammi retta, Mina. Se non ti hanno ancora spedito il disco, corri a comprarlo. Anzi no, mandaci qualcuno… se no ti beccano con quei maledetti telefonini. Però un Selfie tuo tuo ce lo potevi fare, lazzarona! Col bene che ti vogliamo…

Lucio Nocentini (insieme a Zoe).

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patty e la luna (tour) che illumina Milano

 

Patty Pravo, la luna (tour) che illumina Milano…

di lucio nocentini

Il teatro si riempie, le luci si attenuano e arriva lei, divina, ultima star del firmamento musicale italiano, icona gay, sulle note (dure) di Dai sali su. Indossa una giacca soprabito nera, di paillettes e pantaloni attillati neri. Il volto levigato è più dolce e rotondo di sempre. Non molto diverso da quello della ragazza del Piper, quella che cantava Ragazzo triste e che apparve in tailleur pantalone gessato per la prima volta in tivù nel 1967 a “Scala Reale”, la trasmissione abbinata alla lotteria di Capodanno. Caspita quanti anni sono passati! Ma non sarà stufa, di calcare il palcoscenico, perdipiù con lo stesso look di allora? E cosa c’entra questo pezzo rock con l’atmosfera da auditorium che ci avvolge? Non siamo mica in uno stadio? Mi domando. Allora mi metto a riflettere alle volte che ho avuto il modo (e la grande fortuna grazie al mio amico Roberto Bargero) di parlarle e di chiederle, per esempio, quale sarebbe stata la scaletta del concerto, una sera di gennaio, nel bergamasco, del 1997. Di lì a poco avrebbe dovuto andare a Sanremo per presentare quel pezzo meraviglioso che è E dimmi che non vuoi morire. Lei mi confessò che quella canzone di Vasco non le piaceva neanche un po’ ma che le era stata imposta dal produttore artistico (Nando Sepe) e che per allungare il brodo avrebbe dovuto riproporre una manciata di cover tipo Pazza idea e Pensiero stupendo. Aggiunse che solo l’idea di salire sul palcoscenico per cantare quelle robe vecchie la faceva vomitare. In effetti le sue precedenti proposte, il cd cinese Ideogrammi e il pezzo con il quale era arrivata ultima a Sanremo 1995, I giorni dell’armonia ci avevano mostrato una cantante un po’ annoiata, certo non vincente, ma comunque tosta e in cerca di nuovo. Una donna proiettata nel futuro. Una “avanti” o comunque controcorrente. Come sempre lo era stata fino a quel periodo.

E cosa succede neanche un mese dopo quel concerto? La canzone di Vasco spopola e riporta di prepotenza Patty Pravo sulla cresta dell’onda. I jukebox, le radio e la tivù non fanno che proporla e riproporla. E il cd, (titolo Bye Bye Patty) oltre a quella straordinaria canzone contiene l’intero concerto live tutto fatto di cover, che vanno appunto da Ragazzo Triste a Pensiero stupendo passando dalla Bambola, da Qui e là fino a Pazza idea. Un milione e ottocentomila copie vendute, se non ricordo male. Sono soldoni. Patty non può che dire, a denti stretti, “Grazie Nando ”.

Ma torniamo subito al presente. Alla scaletta di questa serata. La luna che dà il titolo al tour. E’ un pezzo accattivante, tagliato (da Vasco) su misura per lei. Cambio di giacca (“preferisco questa rossa!”) e vai con un altro pezzo, Parole, dove le chitarre elettriche fanno da padrone.

Siamo sicuri che ci piaccia questa Pravo rock? Ha tanta voce, ma con quelle schitarrate sopra, non basta mai e parte del testo va persa nel rimbombo del teatro. Per fortuna è “costretta” ad alternare anche con canzoni più soft come Se perdo te e E dimmi che non vuoi morire! Ma tra le cover, e questo devo dire è molto piacevole, va a scovare pezzi del suo repertorio che si erano persi nel dimenticatoio. Un sempre forte ed efficacissimo battistiano Io ti venderei, un sempreverde I giardini di Kensington e l’ermetico e singolare Tripoli 69 (che bisognerebbe intervistare l’autore, Paolo Conte, per farci spiegare cosa vuol dire. L’unica cosa che capimmo, nel lontano ’69, quando Patty lo cantò durante la finalissima di Canzonissima per la prima volta, è che parlava di una coppia di amanti che mentre fuori nevicava, in casa avevano tanto di quel caldo… talmente tanto che raggiungevano Tripoli, beati loro. Che il 69 fosse la posizione del kamasutra e non il 1969?). La lista prosegue con Nel giardino dell’amore, bel pezzo fascinoso da Canzonissima 70 e Il mio fiore nero, una vibrante e inaspettata chicca datata anche lei 1970.

Qualcuno le urla Tutt’al più, ma lei risponde che non è in vena di cantare canzoni del suo periodo francese.

Con La mela in tasca ripartono le chitarre elettriche e il basso a tutto spiano. Anche La bambola in spagnolo tra chitarre e nacchere ci sembra una canzone “moderna” in questa operazione di “modernariato”, perché diciamolo, dal ’68 a oggi se la matematica non è un’opinione sono passati quarantacinque anni!

Autostop, e Notti bianche, con qualche perdonabilissima incertezza.

Patty è rilassata e soddisfatta e annuncia: “Adesso facciamo un salto in paradiso, con Il paradiso, appunto, e dai, mi piacerebbe che poteste salire tutti sul palco a cantarlo con me”. Ma i body guard restano immobili e serrati uno in fianco all’altro, come uno scudo, con i pettorali in bella vista. “…e adesso che siamo alla fine, come ci lasciamo? Io direi con un Pensiero stupendo, no?” conclude e se la ride di gusto esortandoci ad avvicinarci a lei. Sembra che non veda l’ora di cantarlo. Che abbia preso un antiemetico nel frattempo? E come bis, quasi a tradimento, ci assesta anche Pazza idea. Avete presente quando Miguel Bosè canta Un anno d’amore, in Tacchi a spillo, e quelli delle prime file lo imitano nei gesti? Più o meno avviene la stessa cosa, in un crescendo di Karaoke e di telefonini che registrano gocce di mito e che ci fa sentire tutti appagati e condividenti. Anche gli etero presenti in sala avvertono brividi birichini giù, lungo la schiena.

I gesti di Patty rimangono impressi nelle nostre retine: le palme delle mani rivolte verso il cielo, i capelli biondissimi tormentati e frustati dall’ennesimo colpo di mano, l’asta del microfono a mezz’asta, il busto eretto, la gamba sinistra in avanti. La statua di una dea.

A conti fatti dunque direi che Patty Pravo non si è annoiata neanche tanto, che noi siamo stati abbastanza accontentati e che lei ha vinto la sua battaglia perché alla fine, una botta al cerchio e una alla botte, si è sfogata e ha rockkeggiato quanto le è parso e piaciuto tanto per riconfermare la sua indomita ed estrosa personalità di cantante anticonformista e professionista abile e fuori dal coro.

Ci è piaciuta moltissimo per la classe, l’eleganza, la grinta, la gestualità, la voce importante ancora sicura. E’ riuscita ad accendere Milano e ad ammantarla di un alone di magia e di onirica e ro(ck)mantica passione. Brava, anzi, bravissima. E intelligente.

Ma mi voglio concedere un sogno diverso alla fine di questa mia recensione perché questo ho pensato in metrò, tornando a casa. Quattro anni fa mi recai a Roma e la intervistai, in occasione dell’uscita nelle sale del film di Ozpetec. La sua eterea Sogno si incastonò in quel film alla perfezione come un diamante in un anello. Patty-Nicoletta non aveva un filo di trucco in faccia, quel giorno a casa sua, e mi sembrò bellissima. Ricordo ancora i suoi occhi meravigliosi, pervinca. La pelle di porcellana. Il suo corpo piccolo, perfetto, vestito di un semplice jeans e una t-shirt bianca. Altro che paradiso! Di più! Così acqua e sapone, e “tutta romanticamente pop”, me la voglio immaginare, appoggiata a un pianoforte, in bilico tra due note e due strumenti, mentre mi snocciola tutte canzoni soffici e tranquille come Sogno, Com’è bello far l’amore, Per una bambola, Dolce una follia, Pigramente signora, La canzone degli amanti, Di vero in fondo, Io non so perché mi sto innamorando, ‘Na canzone, Il vento e le rose, Incontro, Angelus, Notti guai e libertà, e perché no, anche Donna con te. Qualcuno si ricorda quando si rifiutò di cantare quel pezzo a Sanremo perché il testo le faceva schifo e al posto suo ci misero Anna Oxa? Magari dal ‘90 a oggi è riuscita a vestirla con qualche terzina a lei congeniale! Ma chi sono io per decidere una scaletta? Non sono mica Nando Sepe la vendetta!

E lei sicuramente concluderebbe dicendo: una scaletta del genere? Sai che palle!

foto di sam cosmai

 

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GRANDE GRANDE GRANDE MINA

Pino Presti racconta… come nacque Grande grande grande

Raccolto da Lucio Nocentini e pubblicato in Mina talk di Fernando Fratarcangeli

L’antefatto si svolse durante la tournée nel 1970. Ci spostavamo preferibilmente in macchina o in treno.

Si giocava a poker in uno scompartimento ferroviario, certe volte a soldini, io, la Mina, Bernardini, che era il grande patron della Bussola, artefice di quella tournée Mina-Gaber, e Alberto Baldan, che era il pianista dell’orchestra.

Giocando persi proprio con lei una certa cifra, due o trecentomila lire dell’epoca, non erano maluccio. Era molto brava a carte, sveglia, corretta.

Arrivati in albergo compilai l’assegno: bussai alla camera di Mina, entrai e dissi: – Ho qui l’assegno da darti.

  • Non ne parliamo neanche. Assolutamente. Non lo voglio.

  • No, l’assegno tu lo prendi.

  • Assolutamente no.

    Andiamo un po’ avanti con questa piccola lotta quando…

    Devo fare un piccolo passo indietro.

    Viaggiando di notte lei aveva sentito alla radio due brani strumentali che io avevo fatto per la Ricordi, e le erano piaciuti.

    Allora ho giocato la carta; – e va bene, ho detto, visto che non vuoi i soldi ti farò un arrangiamento gratis, quando lo vorrai, ma mi deve piacere!

    Lei rise e a quel punto chiudemmo così.

    C’era un pezzo che le era stato arrangiato due volte. Lo voleva buttare via. Ma decise di tentare un’ultima carta con me.

    Vado in Basilica, ascolto la canzone, sento che può esserci qualcosa di forte; effettivamente gli arrangiamenti fatti sapevano di vecchio… si può far fare al pezzo una svolta più moderna.

    Era luglio, ricordo, quando ci siamo salutati… lasciandomi all’uscita della sala Mina mi disse: – Pino, non ti preoccupare. Se io non dovessi fare questo pezzo significa che è sfigato, e allora lo butteremo nel cesso.

    Tutta l’estate fu una vacanza-lavoro con Augusto Martelli: io ero il suo bassista. Provai e riprovai l’arrangiamento, quasi ogni pomeriggio.

    In settembre tornai in Basilica e realizzai la base, come facevo sempre, con i musicisti e così è nacque Grande grande grande.

    Tony Renis sulle prime rimase un po’ perplesso perché immaginava qualcosa di spagnoleggiante. Mina lo ascoltò e fu contentissima. Rimase entusiasta. Il resto è storia.

    Il pezzo ha funzionato e io non sono stato pagato per l’arrangiamento come d’accordo, anche se il delizioso papà Mazzini, previa telefonata, mi fece pervenire un assegno in regalo.

    Per lei comunque io avrei lavorato gratis.

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MINA NATALE 2013

MINA CHRISTMAS, CAMPANELLINI SI’, CAMPANELLINI NO…
di lucio nocentini

Da anni aspettavamo che Mina ci regalasse il brivido natalizio. Ma che dico anni. Decenni.
Così abbiamo avuto modo e soprattutto tempo (tutto il novecento) per immaginarcelo questo Natale di “casa Mazzini”. Come? In tanti modi, anche troppi, con campanellini che trillano e tintinnano da tutte le parti, slitte che scorrazzano e scarrozzano avanti e indietro sui solchi (del microsolco), e spazzole, e trombe e clarini e clarinetti, e arpe pizzicate, e cori di bambini e languidi violini, e insomma chi più ne ha più ne metta.
Ma tutta questa coreografia del Natale, (palle e abeti, luci colorate intermittenti e Babbi Natale che scavalcano i balconi) a Mina è mai piaciuta? Parrebbe proprio di no. Anzi, quando ha potuto qualche frecciatina avvelenata l’ha scagliata (Ridi Pagliaccio): “Arriva di nuovo Natale, si insegna i bambini a mentire…si porge una guancia, si allunga una mancia, scordando però il male di pancia… oggi è Natale, passati due giorni però te la faccio pagare!”.
Per non parlare della sfigata Viglilia di Natale di Frutta e verdura (1973): “Ma sotto il mio albero, Papà Natale non passerà… e vorrei avergli scritto anch’io… un foglio mio, col nome tuo e in fondo addio, amore mio addio!” (arrangiava il grande Pino Presti).
Eppure “la nostra” tante frecciate le ha scagliate anche contro l’estate…
(Odiando l’estate più di Bruno Martino non metto fuori nemmeno un dito fino a sera tardi. Infatti il mio colorito è tra l’azzurrino e un biglietto del tram. Uso un pre-sole formidabile. Il soffitto, il tetto di casa mia. Sapere che ho davanti mesi di caldo e di sole che mi brucia gli occhi, che mi ustiona l’umore, mi abbatte. Sogno già il primo maglioncino, le prime piogge e il primo cielo grigio. Mi dicono che non sono tanto normale. Le finestre aperte, il rumore degli zoccoli, le magliette sudate, le donne vestite in turchese perché fa risaltare l’abbronzatura, la paletta con il secchiello, i ciclisti di stagione che circolano come degli ubriachi, le gite in barca, persino la musica che ti viene in casa da chissà quale festa awaiana mi fanno orrore. Vanity Fair).
Dunque arguisco che le piaccia la mezza stagione. Ma come si dice, non esiste più la mezza stagione!
E allora?
Allora, noi poveri metereopatici mortali, avevamo proprio perso le speranze.
Nelle nostre compilaton di Natale, grondanti e ridondanti di Diane Ross, Natalie Cole, Franchi Sinatra, Barbre Straisand, Michaeli Boubléé e compagnia bella mancava sempre una Mina con le palle (di Natale).
Non potevamo mica infilarci le performances live di Canzonissima sessantotto con applausi e cori da lotteria di Panelli e Chiari!
Nel 2000 dopo Cristo, con Dalla terra arriva un debolissimo segnale a proposito del Bambin Gesù. Quanno nascette ninno, cioè Tu scendi dalle stelle in versione originale-dialettale. Un po’ pochino, in verità, nonostante la purezza e la delicatezza del pezzo.
Con Caramella + bonus Strenna di Natale (2010) arriva un segnale più forte. Mele Kalikimaka, un gioiello inaspettato e molto divertente, (che begli ukulele e che atmosfere hawaiane!) e in accoppiata una intima e malinconica Silent Night. Un altro piccolo grande cadeau natalizio: Have Yourself a Merry Little Christmas ci arriva inaspettatamente l’anno scorso, in 12 American Songbook.
E finalmente ecco il tanto desiderato disco di Natale di Mina. Anno Domini 2013! Tutti pronti al grande ascolto e ad aprire le scatole con i pastori, le decorazioni, e il bellissimo cd dove appare una Mina Paperina Uak illustrata dal Cavazzano della Disney, ma…
Accidenti! Non ci sono campanellini neanche in Jingle Bell Rock. Manco in Let it Snow! Possibile? Come sarebbe a dire! Un disco di Natale Jazz? Ma la Mina è fuori?
No. Mina non è mai fuori. Il disco si apre con due pezzi molto soft a dir poco straordinari, poi si sviluppa in una alternanza di classici e divertissement leggermente swingati. Regna ovunque il rigore, l’essenziale, il minimal. Un filo di voce e un filo di piano, un filo di viola, un filo di chitarra. In linea con i tempi scarni che stiamo vivendo, un filo di valori morali e un filo di creatività.
E’ vero, al primo ascolto si può rimanere un po’ spiazzati.
Ma ascoltatelo tutto, più volte questo straordinario Mina Christmas song book. E riascoltatelo. Vedrete che vi piacerà ogni volta sempre di più. Ve lo giuro.
Appaiono come d’incanto sfumature nella voce di Mina che non si erano colte subito. E questa è una specie di magia. Un incantesimo. L’incantesimo del Natale di Mina. Il vero Secret of Christmas, tanto per citare il pezzo forse “più meraviglioso” di questa ultima sua fatica.
Piacevolissima la performance di Fiorello, (duetta con Mina in Baby, it’s Cold Outside). Ma mi è venuto da pensare a come sarebbe stato straordinario anche un duetto con Mario Biondi e proprio oggi, manco a farlo apposta, su un quotidiano ho letto queste sue parole:
“In Dreaming land, uno dei due inediti del mio disco di Natale, Mario Christmas, avrei ospitato volentieri Mina, ma quando ho letto che stava già registrando un suo disco di Natale e che aveva detto no a una proposta di Gianni Morandi, ho pensato di rimandare il nostro incontro a un’altra volta. Stiamo diventando degli eterni promessi sposi, visto che tre anni fa, nell’album Caramella avrei dovuto incidere il duetto You Get Me, poi andato a Seal. Gli impegni promozionali del mio album IF infatti mi costrinsero a dirle di no. Col cuore a pezzi.”
Il disco Natalizio appena uscito di Mario è tutto un trillo e un campanello tra zampogne e panettoni, archi, luci intermittenti, cori e frenesia della festa.
Una delizia che “profuma” di Swing, di allegria, di renne di pupazzi e di palle di neve.
Un duetto Mina Biondi, dunque? Quanto sarebbe bello e interessante un disco intero. Mario ha una voce troppo sexy e una cultura-bravura musicale esagerata. Pensatele insieme queste due voci da infarto! Come dicono in Toscana, sarebbe la volta che ci potremmo “togliere la sete col prosciutto!”.
Concludendo, a proposito della buona musica da ascoltare durante le imminenti feste natalizie, cito una frase di Cinzia Leone dalla tanto rimpianta “Tivù delle ragazze” perché mi sembra un’ottima ricetta: “te pigli qualcosa per stare su sei sei troppo giù, (Mario Christmas), e qualcosa per tornare giù, se sei andato troppo su, (Mina Christmas Song Book)!

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ANCORA WILMA DETECTIVE!

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PARIGI VAL BENE UNA MOSTRA… DAL 16 AL 30 LUGLIO 2013 A LE PURGATOIRE, 54 RUE DU PARADIS…

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sirene

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la donna che amava Matisse, particolare

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Su RARO! di dicembre, intervista di ALICE…

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a luglio in libreria, un’altra Wilma in giallo!

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Wilma De Angelis ha fatto le ore piccole in discoteca per presentare il nuovo libro “Assassinio sul Malpensa-Express”. L’abbiamo beccata abbracciata a un giovane che non è il suo compagno. Qualcuno di voi sa chi è?

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A Venezia un dicembre…

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A gennaio in libreria…

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Intanto a Montechiaruglo, in provincia di Parma…

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L’invasione di sirene continua…

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PIATTI D’AUTORE A GENOVA

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Strasburgo 2011

 

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