Paolo Limiti…

Paolo Limiti – Pane, Hollywood e canzonette

Di Lucio Nocentini

Paolo mi riceve cordialmente nel suo elegante appartamento all’ottavo piano di via Cagliero a Milano. Dalle grandi porte finestre si vedono le montagne, perché è una di quelle belle giornate terse. Mentre lui parla di lavoro al telefono mi metto a curiosare tra le fotografie incorniciate sopra un grande pianoforte a coda. Alcune lo ritraggono abbracciato a sua madre, scomparsa di recente, altre lo vedono in compagnia delle star più famose e affermate di Hollywood, da Liz Taylor a Sophia Loren. Da Gina Lollobrigida a Sharon Stone, da Joan Collins a Whoopi Goldberg… così cominciamo a parlare di tutte queste sue straordinarie “amiche” anche se il motivo per cui sono da lui è per ammirare e descrivere le sue collezioni di riviste di cinema, di bambole, di film, di dischi e di libri che vanno dagli anni trenta, quaranta e cinquanta fino a oggi. Ne possiede migliaia nella sua incredibile casa museo…

Sei uno dei più grandi collezionisti di riviste di cinema, di film e di libri, forse il più grande in assoluto. La tua prima volta al cinema? La ricordi?

Non così perfettamente. Se ripenso alle mie prime esperienze al cinema, sai, erano gli anni quaranta, mi si sovrappone tutto. Ricordo sì alcuni film, quando ero piccolo piccolo, e sono l’Orfeo di Cocteau, del 1950, con Jean Marais. Poi andando indietro ancora Il fiore di pietra, un filmrusso del 1946. Ricordo Fascino con Rita Hayworth, del 1944, poi un film con Maria Montez, Il Cobra, sempre del 1944… Forse il primo che ho visto è stato Le fanciulle delle follie (Ziegfeld Girls) del 1941. Ricordo Judy Garland che scendeva dalla scala e Lana Turner con tutti i palloncini… Ma devo averlo visto dopo qualche anno che era uscito, perché il film è del 1941 e nel 1941 io avevo un anno! Tra l’altro tutti questi film ho avuto la fortuna di  recuperarli in DVD.

Dove andavi, allora, al cinema?

Andavamo vicino a casa, in piazza Argentina, poi al Plinius, all’Abruzzi e al Puccini.

E qual è il primo attore o la prima attrice che ti ha affascinato?

Rita Hayworth. E’ stata per me una folgorazione. Ricordo che addirittura cantavo Verde luna continuamente. Un’altra che mi colpì parecchio fu Ilona Massey che non ebbe un grande successo, ma aveva una bella voce, da soprano, era un’ungherese trapiantata a Hollywood, che ricordo nel film Balalaika. Quella è la prima canzone che ho adottato come mia quando ero piccolo piccolo piccolo e cantavo “Suona balalaika!” (At the Balalaika) ma poi la mixavo con Io t’ho incontrato a Napoli, perché le melodie si assomigliano molto. Io t’ho incontrato a Napoli è una canzone magnifica scritta da un americano, pensa un po’. Il titolo originale è Somewhere in via Roma, da qualche parte in via Roma. Perché un maresciallo americano venuto in Italia durante la guerra, s’era innamorato, e al ritorno in America ha scritto questa canzone.

Quindi la tua prima passione è stata musicale, dato che le tue prime folgorazioni al cinema erano attrici che cantavano…

Sì, ma ascoltavo anche tante cantanti alla radio, nel dopoguerra, come la Lidia Martorana, sue sono Amore baciamiAddormentarmi così, del 1947, poi Nella Colombo con il suo Giorgio del lago Maggiore, del 1945, e  Bruno Rosettani…allora con i miei abitavamo a Torino che era il centro musicale della Rai.

Abitavate a Torino? Ma non sei nato a Milano?

Sì sì, ma mio padre era procuratore della Pirelli e ci spostavamo di continuo per l’Italia. Un anno in Sicilia, uno in Sardegna. A Torinocomunque ci abitammo per ben quattordici anni. In casa frequentavamo molti amici del maestro Mario Migliardi che era direttore d’orchestra alla Rai di Torino, e mi ricordo che mi divertivo ad alzare tantissimo il volume della radio, durante le pause tra una canzone e l’altra, perché si sentiva tutto un chiacchierare in sottofondo tipo… “ciao Mario, bene arrivato, come stai?”. A proposito di Mario Migliardi, sua era la sigla “Una Musica”che avevo scritto per il Rischiatutto e  che cantavano i Ricchi e Poveri  . Ma tornando a me, alla radio ascoltavo gli americani. Frank Sinatra e Doris Day. Li adoravo e già allora mi sentivo affascinato dall’America e da Hollywood,

Ma la prima cantante importante, per te, è stata Jula De Palma, non è vero?

Fu quella che mi colpì e che cominciai a seguire. Potrei definirla la cantante che mi ha avviato alla professione. Mi piaceva molto la sua voce.La sua ritmica, lo scat che possedeva, e il fatto che cantasse in varie lingue. Io sono cresciuto in una famiglia multietnica perché mio papà era francese, e mia nonna era francese. L’altra nonna era austriaca. Mio nonno parlava sei lingue, faceva il traduttore, mia mamma nata in Sicilia ma cresciuta a Milano, per cui in casa mia, a Natale, sentivi tutto un mescolarsi di lingue. Jula mi piaceva tantissimo perché aveva una pronuncia perfetta, sia in inglese che in francese. Aveva la facoltà di anticipare la nota, quando era necessario, per dare più colore alla frase. Non era mai fuori tempo. Ricordo che una volta l’orchestra, per scherzo, cercò di buttarla fuori tono, di farla stonare. Non ci riuscirono. Lei si mise a ridere, guardò gli orchestrali e continuò a cantare perfettamente. Io, diciassettenne, le scrissi una lettera del tipo: “lei mi piace, è una brava cantante. Io ho scritto delle canzoni e gliele invio…” e mandai tre testi in inglese e uno o due in italiano.

Lei abitava a Torino?

No. A Roma, ma era Milanese. Non mi aspettavo certo la bella lettera che mi arrivò dopo una settimana. Diceva che le piacevano le mie canzoni e che Dick Salomon ne avrebbe incisa una, dal titolo Tears of Ice, lacrime di ghiaccio. Così uscì questo quarantacinque giri, ne ho una copia che conservo gelosamente. Che poi Dik Salomon era suo marito, Carlo Lanzi, con un nome d’arte. Poi successe che andai a Roma in gita con la scuola, e glielo comunicai. Lei mi invitò, affinché ci conoscessimo di persona. Mi ricevette nella sua villa sull’Appia Antica dove viveva, ti puoi immaginare io com’ero emozionato, a casa della mia cantante preferita… lei, tra le altre cose, mi disse: “Devi fare questo mestiere, Paolo. Perché sei dei nostri. Continua”

Ma anche lei cantò una tua canzone

Qualche anno dopo venne a Milano e mi invitò alla Fiera dei sogni, dove lei era ospite di Mike Bongiorno, con la scusa che voleva farmi ascoltare un pezzo di un nuovo autore. Andai e lei cantò questa canzone che si chiamava Mille ragazzi fa, e il testo era mio! Una sorpresa. Un regalo bellissimo per me.

Fu la canzone che ti aprì la strada…

Sì. Da quel giorno tanti musicisti mi chiamarono per farmi scrivere altri testi. Una la feci per Maria Doris, di Bologna. Lei era diventata famosa con La finta tonta e io le feci Bionda bionda Proibita e vietata, due canzoni allegrotte composte con il maestro Martini. Poi feci La gente per Nicola Arigliano. Per Milva feci Pigramente. Composi anche il testo di La la la con cui la Massiel vinse il festival europeo della canzone a Bruxelles. Poi feci altre canzoni che non mi ricordo.

In che anno eravamo?

1965 – 1966

Lavoravi già in pubblicità?

Si. Finiti i miei studi tecnici venni a Milano, cominciai a lavorare per una ditta americana la Honeywell.. Traducevo i libri di elettronica per i tecnici. Poi cambiai e andai a lavorare per una ditta tedesca, la Eigenmann. Io parlavo bene tedesco. Ero capoufficio a soli ventun’ anni, pensa. Avevo due segretarie e guadagnavo tantissimo rispetto ai miei colleghi. Ma non mi piaceva fare quel lavoro. Poi mio padre morì, e dato che ero scontento della mia professione, mia madre mi disse: “Senti, la vita è una sola, butta il tuo diploma sopra l’armadio e fai quello che ti piace. Non ha senso che tu debba continuare così”. Allora risposi a un’inserzione di una agenzia, la Lintas, andai lì e venni assunto. Per loro feci il pubblicitario. Ho lavorato in pubblicità dal ’64 al ’68. Divenni anche sceneggiatore e regista di caroselli. E intanto, parallelamente, facevo e spedivo canzoni alle case discografiche. A Roma, ero andato a fare i caroselli dellaPolaroyd, mi giunse la notizia (Luciano Rispoli che era un funzionario della Rai mi mandò a chiamare) che una delle mie canzoni che avevo proposto alla Sugarera stata scelta per il festival di Sanremo! Il titolo era La voce del silenzio.

L’avevi spedita tu, a Sanremo?

No, Giusta Spotti che era la compagna di Elio Isola che aveva fatto la musica, mi propose di fare il testo. Ci avevano provato in quattro o cinque senza risultato. Io glielo feci in poco tempo e a lei piacque molto. Venni avvertito un mese più tardi, quando la canzone era rientrata tra le prescelte.

Chi ti ha ispirato il testo?

Tornai a casa un giorno e mia madre che era rimasta sola a casa, mi disse: “Sai, Paolo, pensavo una cosa oggi, ero qui che stavo lavorando in casa, mi tornava in mente papà, e ho pensato non è vero che il silenzio non ha una voce. Anzi nel silenzio puoi risentire tutte le cose che hai vissuto”. Io trovai molto bello questo concetto, e lo sviluppai in un testo.

E chi scelse i cantanti per Sanremo?

Dionne Warwick fu scelta dal suo produttore, Burt Bacharach. Lui, grande musicista, ascoltò tutte le 24 canzoni e scelse per Dionne la nostra. Fu lui, Bacharach in persona a fare l’arrangiamento in America. Tony Del Monaco, credo, fu scelto dalla Sugar. Che allora era Cbs. Tony dopo aver cantato, tra l’altro benissimo, saltò giù dal palcoscenico e mi abbracciò con calore. Un uomo delizioso, ricordo. Dionne invece era una superstar americana molto protetta. Non parlava una parola di italiano, inoltre il grande pubblico non si entusiasmava più di tanto per lei.

Fu in quel periodo che lavorasti con Elsa Merlini?

Rispoli, dopo avermi fatto chiamare per via della canzone per Sanremo, mi propose di scrivere un testo per una cosa radiofonica per la Merlini. Io, “diplomatico e gentile” come sempre gli risposi: “No, perché tanto qui sono tutti raccomandati…”. Fu mia madre a convincermi di fare un copioncino. Mi disse:”Ma dai, cosa ti ci vuole a farlo! Ti metti li e in una mezz’oretta…” Scrissi questa cosa inventandomi : “La maga Merlini” e lo detti a Rispoli. A lui piacque tanto e mi assegnò anche la regia e il montaggio. La Elsa Merlini si innamorò di me, legammo subito, anche se lei era un bel peperino, come carattere. Io la corressi in un paio di scene, e lei capì che non ero un pivellino alle prime armi.

Fu lì che conoscesti Mike Bongiorno?

Mike venne come ospite della seconda puntata. Finito di registrare il suo intervento mi prese da parte e mi chiese di diventare un suo autore. Io, che fino ad allora avevo continuato a lavorare in pubblicità, decisi di licenziarmi. Lavorai con Mike in radio per tre anni, poi arrivò ilRischiatutto.

Comunque io con Mike baruffavo spesso. Avevamo i caratteri uno all’opposto dell’altro. Un giorno abbandonai la scena, proprio mentre preparavamo Rischiatutto. Era l’inverno del ’69. Ma ci legava un contratto. Cinque minuti dopo che avevo lasciato Mike con un bel vaff…, mi chiamò Marcello Marchesi che mi propose Ma perché, perche sì che inaugurava la fascia del mezzogiorno di Rai1. Prima di allora non c’era niente a quell’ora. Ero lusingato, e lui mi confessò che gli ricordavo se stesso quand’era piccolo. Così feci la prima cosa televisiva con Marchesi e Mike andò ancora di più su tutte le furie.

Intanto, sempre lavorando come pubblicitario, incontrasti Mina… ti ricordi la prima volta che la vedesti?

Come no! Bisticciammo subito… Io venni mandato a Roma, nel ’66, per sostituire l’incaricato che si occupava dei Caroselli Barilla che se ne era andato. Lei, la prima volta che la vidi, era su un tapis roulant che presentava la pasta. Ma la scena che stavano girando non mi piaceva, allora chiesi che alzasse una mano e che mantenesse il palmo in su. Lei mi guardò e con aria un po’ contrariata mi chiese: “Di grazia, perché dovrei alzare la mano?”. Le risposi: “Qui signora dovrebbe alzare la mano perché si deve pensare che sta portando degli spaghetti in tavola”. Poi scese e mi attaccò  un po’, dicendomi che lei amava molto i signori, anzi i veri signori. E io le risposi che mi piacevano le vere signore. Allora pensò, non avendo la vera al dito, che l’avessi in qualche modo offesa. Perché lei aveva avuto Massimiliano senza essere sposata. Poi, durante le pause, nei giorni successivi, non volevo che lei pensasse che ero un tipo succube e abbagliato della sua fama, così me ne stavo in disparte, o a parlare con gli altri della troupe. Eravamo due ragazzi che si facevano delle schermaglie, bada bene. Un giorno, molto carinamente, mi invitò a sedermi vicino a lei. Legammo e più tardi mi confessò: “Sai, tutte le persone che mi incuriosiscono io le provoco”. Poi, durante quei caroselli, successe un altro problema ma non per colpa sua. Io volevo che la macchina da presa mettesse in risalto il marchio Barilla che doveva sembrare un terzo occhio, allineato con gli occhi grandi di Mina. Girammo tutti i codini. All’ultimo, il direttore delle luci che era Rossi, le disse di non spostarsi per un problema di ombra sulla scollatura. Mi accorsi che Antonello Falqui aveva imposto una inquadratura più allargata che non era quella che io volevo. Io dichiarai che era tutto da rifare, salutai e abbandonai in troco lo studio. Il povero Gigante mi cercò ovunque. Andai al ristorante e poi al cinema. Mi trovarono a notte fonda e cercarono di convincermi a tornare in studio. L’indomani ci andai e Mina mi aspettava sulla porta tutta carina e disse “Dai, Limitino…”. E io cedetti.

Anche Mina incise La voce del silenzio…

Lavoravo ancora in pubblicità, nel maggio del 1968. Arrivai a casa sua un giorno. Lei spalancò la porta e disse:” Ti faccio La voce del silenzio”.E quell’estate incise il disco Mina dalla bussola dal vivo. Che poi è uno strano live perché le canzoni per ragioni tecniche venneroriprese in sala tenendo però gli applausi v e r i. A Canzonissima, in autunno la cantò magnificamente sempre dal vivo. Erano gli anni in cui tutti i cantanti si esibivano in play-back. Lei, dopo aver visto cantare (la) Shirley Bassey La vita in diretta, esclamò:” Eh no, allora canto anch’io così!”.

Poi per lei scrivesti Bugiardo e incosciente…

Feci una traduzione letterale del testo de La Tieta, di J. Manuel Serrat, e a parte le prime dieci righe di Bugiardo e incosciente. Lei li valutò entrambi e disse “Facciamo Bugiardo e incosciente! Questa, questa questa!” Così andai avanti a farla e mentre io stavo lavorando alla Fiera, mi pare con Marchesi, lei mi chiamò e disse “ Senti sono in sala di incisione, ma finiscimi ‘sta canzone!” . Mancava l’ultima strofa. E mi ricordo che la feci sopra un calorifero del piccolo ufficio dove lavoravo. Un quarto d’ora e la completai. Poi lei la incise e il resto è storia. L’ispirazione di questa canzone l’ho presa da una commedia scritta da mia madre, in cui c’era un manigoldo, un disgraziato, che faceva soffrire una donna. Io, avendola letto il copione, rimasi colpito dalla visione femminile di un rapporto d’amore conflittuale. Anche nella commedia la protagonista, malgrado tutto, restava con lui. Io con mia mamma ho avuto un rapporto favoloso perché anche lei era una creativa. Magari non eravamo d’accordo su alcune cose ma ci trovavamo sullo stesso binario. Lei era giornalista, aveva scritto novelle e libri. Ma tornando a Bugiardo e incosciente, io l’originale, La Tieta non la trovavo “minosa”, ecco perché feci la traduzione letterale da una parte, e la mia versione ispirata alla donna della commedia di mia madre, dall’altra. Anche in Sacundì sacundà, il diavolo invita Mina a seguirlo, ma lei preferisce rimanere con il suo amore. E proprio perché poi alla fine la donna non va col diavolo, questa canzone non venne censurata! Ma ci mancò poco, perché erano tempi duri per i testi audaci!

Hai scritto anche un libro, pubblicato da Mondadori, dal titolo Bugiardo e incosciente

Sì, quella però è una cosa diversa. Amori sempre conflittuali, ma il titolo originale era diverso. Si chiamava Con tutto il mio veleno. Ed era la filosofia delle due donne che un lui aveva trattato male. Loro si coalizzavano e gli auguravano tutto il veleno possibile.

Anche Jula De Palma ha cantato Bugiardo e incosciente

Sì, al Sistina, quando ha fatto il concerto di addio. Le piaceva molto il pezzo e l’ha fatto insieme ad altre mie canzoni in quell’occasione. Jula è sempre stata molto amata dai musicisti e più che tra lei e il pubblico, c’è stato un intenso rapporto tra lei e l’orchestra. Anche Jonny Dorelli cantò Bugiardo e incosciente perché piaceva tanto a Catherine (Spaak). Era l’epoca in cui stavano insieme e lui gliela dedicò.

Poi, con Mina arrivò il Midem di Cannes e più o meno in quel periodo divenne anche tua valletta…

Lei abitava a Lugano; eravamo molto amici a quei tempi. Il signor Mino, suo papà mi chiese di fare dei filmati per il Midem. Sotto casa di Mina, in zona Monte Generoso, c’era uno studiolo della TSI, la televisione svizzera. Era una piccola dependance. Scegliemmo le canzoni, AdagioNon credereViva leiInsieme. Lei scese, si pettinò, si truccò, si mise anche le ciglia finte e mi ricordo che disse: “Solo io e Theda Bara ci trucchiamo così!”. Sempre in quel periodo Mino mi chiese di fare il presentatore di un telequiz in 24 puntate dal titolo  Il calderone per inaugurare i programmi a colori della tivù svizzera. Io non ne volevo sapere, ma Mina si offrì di farmi da valletta e riuscì a convincermi. Si girarono tutti di seguito. Fu lì che lei inaugurò gli Hot pants. Tagliò dei pantaloni e se li cucì da sola! Purtroppo non esistono più questi documenti eccezionali perché i nastri sono stati cancellati e riciclati. I giornali titolarono:”Mina rifiuta Canzonissima per fare la valletta di Paolo Limiti”. La prima battuta che facemmo al suo ingresso fini addirittura con una grande foto nel centro del “Corriere della Sera”. Io dicevo: “Ma come si è bardata, signora Crocco?” E lei di rimando: “Bardata? Ma signor Limiti, non sono mica un cavallo!”-

Anche Ornella Vanoni in Argilla ha cantato Bugiardo e incosciente.

Già.L’ha fatta un po’ jazzata. Ma Mina sa interpretare e cantare molto bene. E Bugiardo e incosciente in certi momenti è un po’ estesa.

Ornella Vanoni quando incontra Paolo Limiti?

Un giorno ero all’Ariston, lei incideva per loro, arrivò lì lei e le dissi: ”Ho una canzone da farti sentire” che poi lei fece, si chiamava No no no. Io allora ero invasato per le canzoni straniere tipo quelle cantate da Timy Yuro… Un’altra volta mi chiese: “Non hai altro da farmi cantare?”. Le risposi “Ce l’avrei una canzone ma non la inciderai mai perché c’è una frase molto pesante”. Lei la lesse ed esclamò: “No no. Questa la faccio!” . La canzone era Angeli e diavoli e la frase pesante era “mi scopava lì per terra”. Poi per lei feci Stupidi. La storia mi apparteneva perché ero stato io il traditore. E comunque era lo stesso argomento di Credi che precedentemente avevo fatto per Mina ma non mi era piaciuto l’arrangiamento di Augusto Martelli troppo ricco e forte. Poi scrissi per lei ancheNon sai fare l’amore. Dove raccontai la storia accaduta a una mia amica che si sentiva abbracciare dappertutto dal suo uomo. Ornella mi telefono subito entusiasta dopo averla ricevuta perché la trovò bellissima.

Ma a parte le canzoni, vi frequentavate?

Sì sì. Una sera che stava facendo Amori miei a teatro mi telefonò e mi chiese “Cosa fai stasera, andiamo a cena insieme? “Sì va bene” le risposi “ti vengo a prendere io”. “D’accordo, ma non venire con la cinquecento! Prendi la macchina da ricchi!” Quante risate quando mi vedeva arrivare in cinquecento. Non le piaceva proprio salirci. Invece Mina era contentissima. Una volta mi ricordo che eravamo andati a vedere Venga a prendere il caffè da noi al Capitol, qui a Milano. Con Mina si doveva entrare sempre, in sala, quando il film era appena cominciato, e si doveva uscire prima che si accendessero le luci altrimenti le persone la prendevano d’assalto. Quella volta si sono accese prima e nei corridoi hanno cominciato a dire “La Mina, la Mina”. Siamo corsi verso la macchina, la cinquecento, che era parcheggiata di fronte al Santa Lucia e intanto si era formato un capannello di persone. Riusciamo a entrare dentro a malapena. Provai a mettere in moto e la macchina non dette cenno di voler partire. Lei, apparentemente tranquilla, sorridendo agli ammiratori, con l’aria più tranquilla del mondo, mormorò: “Se non parte ti uccido!”. E grazie a Dio la cinquecento partì. Sempre a proposito delle nostre uscite, era di notte, dopo aver mangiato qui a casa mia e guardato qualcosa in tivù, all’una andammo a fare un giretto. Ci piaceva la notte. L’aeroporto non chiudeva mai e andavamo lì a prendere il caffè perché in città, alle due o alle tre, era tutto chiuso. Stavamo per entrare in aeroporto e un signore che scopava per terra ci guardò e le fece: “Ma è la Mina?” e lei, tirando dritto, rispose “Magari!”.

Poi facesti Buonasera dottore

Nacque nel ’73 e presi lo spunto da una storia successa a me. Io ero il dottore.

In quel periodo mi arrivavano tante cartoline con i fiorellini disegnati da una certa Claudia e non immaginavo che di cognome facesse Mori. Me lo rivelò poi il fotografo del Clan, Vincenzino Falsaperla. Allora ci incontrammo e lei mi chiese di farle un disco di canzoni d’amore tutte collegate tra loro. Io accettai a patto che cantasse anche Buonasera dottore per la quale nel frattempo mi ero fatto fare un valzerino da Shel (Shapiro). La canzone venne suonata un po’ di volte in radio ma non successe altro. Anzi me la rubarono pure gli americani e la tradussero in MisterJordan nel ’76. Ma non feci loro causa. Dopo alcuni mesi Claudia mi ritelefonò chiedendomi un’altra canzone perché doveva andare ospite in tivù da Gino Bramieri. Io le risposi di no e la costrinsi a promuovere Buonasera dottore anche in televisione e non solo in radio. Lei rimase un po’ male. Fece la canzone il sabato sera, un po’ controvoglia, e il lunedì c’erano undici mila prenotazioni nei negozi. Il disco schizzò in classifica al primo posto della Hit Parade.

Poi Mina la cantò in Sì Buana

Sì. Mi chiese di scriverle il testo al contrario e fare che chi chiamava era una donna, ma non potetti accontentarla perché non potevo far dire a un uomo “Ho sciolto tutti i capelli giù”. Avremmo dovuto come minimo coinvolgere Fiorello!

Nel 1989, per Mina facesti Che nome avrà nel disco Uiallalla. Un testo bellissimo.

Sai, quando un grande amore finisce ti chiedi, chi sarà il prossimo che amerà, e cosa farà con lui… Sono sempre storie d’amore vissute o da me in prima persona o da qualcuno che conosco.

Ahi mi amor, che da tutti i fan è considerata la più bella canzone di Mina.

Anche questa era una mia storia. Che avevo vissuto. Di questa nostra storia io, non capirò mai niente… Ahi, mi amor, con questo dubbio resterò tutta la vita non saprò, se mi hai amato oppure no. Succede qualche volta, no? Forse più spesso di quanto si pensi.

E Gina Lollobrigida?

La Gina l’adoro! La conobbi a Roma in occasione di un premio che avevamo preso sia io che lei. Poi invece decisi di fare tutto uno speciale su di lei. La chiamai e fu subito disponibile e molto carina. Legammo immediatamente. E diventammo amici. Volle perfino che le facessi la prefazione nel catalogo della sua mostra a Roma. E’ molto brava. Pur essendo stata alla Casa Bianca e abbia lavorato con chiunque, in realtà è rimasta sempre una “ragazza” normalissima. Chiama spesso e si annunciatipo, “Ciao, so’ Ggina. Me sembra che so’ tutti pazzi questi, sta a sentì … ” e poi parliamo. Questo mi piace molto. Ha una componente normale che altre star non hanno.

Sophia Loren?

E’ stata molto gentile e aperta con me. Quando io facevo la trasmissione in tivù mi chiamava spesso sua sorella Maria (Scicolone). Che mi riportava tanti commenti di Sophia, sulle cravatte che indossavo, sui balletti e sui cantanti che invitavo e io ero alquanto stupito. Muore purtroppo Mastroianni, la Rai me ne commissiona il tributo in prima serata e io invito tutte le star più rappresentative. La Lollobrigida, la Silvana Pampanini, la Anouk Aimée, Claudia Cardinale, Flora Mastroianni, la moglie di Marcello. Sophia da Los Angeles rilascia un’ Ansa dove afferma che non vuole parlare con nessuno e che farà le sue condoglianze in forma privata ai familiari. Poi mi chiama una signora, il suo avvocato e mi dice :”Perché non hai invitato anche Sophia?”. “Perché non vuole rilasciare dichiarazioni”. E lei mi dice “Ma per te lo farebbe!” Beh, lei ha montato un filmato dove ha fatto tutto da sola. Ha parlato magnificamente e ha raccontato molte cose bellissime di Marcello. Poi (ci siamo sentiti dandoci del lei e) mi ha fatto tanti complimenti. Quando successivamente ho fatto le Mille puntate ho pensato di invitarla. Era la star di fama mondiale ma italiana. Prima di fare l’intervista che è stata poi trasmessa io sono stato in camerino con lei per un’oretta e mi sono trovato magnificamente.

Ma Sophia non è stata l’unica a complimentarsi con te, no?

A questo proposito, ti racconto, mi chiamò Rambaldi, il papà di ET da Los Angeles, che mi regalò una cravatta fatta da lui con su ET. Sempre da Hollywood mi chiamava la Elettra Morini, la moglie di Tony Renis per congratularsi e darmi consigli. Il presidente Leone mi scrisse una lettera di complimenti sulla trasmissione, vergata a mano, di due pagine fitte! Perfino l’allora primo ministro canadese Jean Chretien mi scrisse una lettera che conservo, in cui mi dice che sono l’italiano più conosciuto in Canada! Pensa. E poi mi riferivano che chiamava una certa signora Valli che faceva tanti complimenti e dava consigli sugli abiti di scena, sugli argomenti che trattavamo e sulle canzoni. Allora decisi di ringraziarla e chiesi: “Da dove chiama questa? Da Roma? E come si chiama? Alida? Alida Valli. Ma siete pazzi a non avermelo detto subito? Alida Valli? Così l’ho chiamata scusandomi per non averlo fatto subito, ed è venuta in trasmissione! E’ venuta perfino Renata Tebaldi che non rilasciava interviste da trent’anni! Sembra una cosa da ridere ma non lo è affatto. Un altro fatto incredibile. Ho fatto un’intervista a Jack Lemmon e lui alla fine è rimasto talmente contento di come gliel’ho fatta che mi ha detto aspetta lì che ti mando Walter Matthau! E dici niente? Charlton Heston fece un’intervista con me in tre giorni. Tre appuntamenti. Finimmo tutto. Ringraziai e lo salutai. Lui disse “aspetta Paolo, devo aggiungere che questa è la più bella intervista che ho avuto in tutta la mia carriera”.

E con la grande Elisabeth Taylor, come andò?

Fu una persona deliziosa con me, ma guai a chiamarla Liz. Perché suo fratello da bambina la chiamava Liz the the Lizard, Liz la lucertola. Come andò? Un giorno decisi di fare una serata con tre artiste straordinarie. Allora scelsi Woopi Goldberg, Elisabeth Taylor e Sharon Stone. Quest’ultima era in piena auge. Chiamai la mia amica agente hollywoodiana che si dimostrò scettica sulla Taylor. Lei non rilasciava interviste e non andava da nessuna parte da un pezzo. Invece la mia amica mi chiama e dice : “ Oh, ha detto che la fa!”. Io, felicissimo, arrivai a Los Angeles, preparai tutto per la ripresa, Elisabeth mi telefonò e mi disse tutta soft: “Non me la sento, devo partire per l’Europa e sono molto stanca”. Io allora le dissi: “Vuoi dire che non ti posso né abbracciare né baciare?”. Lei stette in silenzio dall’altra parte del filo poi sussurrò: “Ok, domani, bungalow tre alle tre”. L’ho intervistata per due ore ma ho poi ridotto il tutto a venticinque minuti perché si è molto confidata con me e alcune cose erano troppo private. Conservo ovviamente ancora tutto con affetto. Alla fine, lei aveva il suo cagnolino Sugar sulle ginocchia, io ho chiesto di baciarlo. Lei ha detto: “No no. Tu adesso baci me!” . E mi baciò sulla bocca. Qualche anno dopo mi telefonò perché voleva fare una puntata tutta incentrata sulla sua vita. Ma purtroppo la Rai non accettò la proposta. Ho perso una grande occasione. Ma sono stato stupido io a non farla ugualmente. Pensa che durante la prima intervista mi raccontò che al primo appuntamento con Mike Todd, lui si permise di arrivare con un’ora di ritardo. Lei arrabbiata gli tirò delle caramelle, allora lui l’afferrò con impeto, la buttò sul pavimento e fecero l’amore lì. Un po’ come succede a Ornella Vanoni con il camionista, nella mia canzone Angeli e diavoli.

Una delle tue cantanti preferite è Dalida…

L’ho avuta ospite nella mia prima trasmissione televisiva. Ma perché perché sì. Conoscevo le sue canzoni e mi piaceva tantissimo. Lei venne e la trovai un bel personaggio. Piccolina, come una ragazzina, ma quando si muoveva aveva una gestualità meno barocca e descrittiva di Mina e più drammatica. Mi piaceva la sua voce, la sua passionalità e soprattutto il dominio che aveva delle telecamere, delle luci, della scena. A Partitissima, che vinse, la sera della finale, c’era sciopero dei cameraman, ma si doveva comunque fare la trasmissione perché era abbinata alla lotteria Italia; a telecamera fissa, lei che voleva dare questa idea di girare, chiese un mezzo primo piano e quando arrivò il ritornello incrociò le gambe e prese a ruotare su se stessa. Era troppo brava. Purtroppo a causa di un branco di idioti invidiosi che si inventarono una cosa sgradevole lei lasciò l’Italia. Dopo Buonasera dottore volevo fare un duetto tra due donne. Nessuna donna accettò di cantare con una collega. Solo Dalida disse di sì.

Abbiamo lasciato fuori Floradora! Vera star delle tue trasmissioni. Come è nata? E stata creata per “pepare” un po’?

No. La chiave fu questa. Volevano un giochetto nella trasmissione. E io non volevo un notaio della Rai, un signor no, per dire no quando le risposte erano sbagliate. Volevo un animaletto simpatico per rendere la cosa meno imbarazzante. Allora ecco un cane parlante. Il suo nome è preso da quello di una ditta di impermeabili americani degli anni dieci – venti. Chiamai Antonio Crapanzano e gli commissionai Flora Dora. Approfitto di lei per dire che le persone che sono venute in trasmissione da me, io le amo. Chiamo Orietta Berti perché mi piace. Chiamo Wilma De Angelis perché mi piace. Mi è simpatica, mi piacciono le canzoni che fa. (La) Betty Curtis l’adoravo anche perché aveva una bellissima voce. Con lei feci il Musicuore. E grazie a questo programma diventammo amici. Facevamo delle risate matte.

Tre film che desidereresti portare in un isola deserta, se potessi portarne solo tre?

Via col ventoOrfeo di CocteauLadri di biciclette.

E a proposito del cinema italiano del neorealismo?

Era magnifico. Erano dei film d’arte. Entusiasmanti. Il più bravo, se dovessi scegliere, è De Sica. I suoi film sono capolavori, a parte quelli più commerciali che fece a volte come attore. Rossellini un altro grandissimo. Anna Magnani, strepitosa. Allora c’era tutto. Oggi al loro livello non c’è nessuno.

La Sandrelli ti piace?

Brava.

E con Orietta Berti ti senti? Lei va spesso a Los Angeles…

Sì. Spesso. Abbiamo cari amici in comune. E’ bravissima e deliziosa.

Si vede ogni tanto con Ester Williams

Ce l’ho portata io la prima volta, a trovarla. Aveva una linea di cuffie da bagno, (la) Ester, e le firmava. Io l’ho conosciuta a Campione d’Italia, alla fine degli anni ottanta. Cariaggi decise di portare Hollywood in Italia. E mi invitò a presentare un programma con (la) Nadia Cassini. Il mattino che Ester arrivò era su un calesse con il marito. Io salì con loro e rimasero stupiti che parlassi inglese così bene. Simpatizzammo subito e accettò da me molti consigli su come fare la trasmissione. Si meravigliò inoltre che conoscessi tutta la sua vita nei dettagli, ma sai, essendo io cresciuto a pane e cinema! Finita la cosa mi lasciò il suo numero di telefono. Ecominciò la nostra amicizia nel periodo in cui intervistavo tanti attori americani. E intervistai anche lei, che aveva rifiutato tante proposte per giornali importantissimi.

Orietta Berti, quando va a Los Angeles, va a trovare Marylin al cimitero e le porta rose. Dice che la sua tomba è sempre spoglia.

E’ vero. Nessuno le porta i fiori. Marylin Monroe è stata il mio primo sogno erotico. Ero a Torino e tornando da scuola vidi un poster in piazza Paleocapa di lei appoggiata a un muretto nel film Niagara, vietato ai minori di sedici anni e io ne avevo tredici. Così l’ho sognata la prima volta che ho fatto un sogno erotico. Tutti hanno pensato che fossi innamorato di lei per anni. Ma non è così. Io in effetti ammiravo tutto quello che la 20th Century Fox aveva creato intorno a lei. Io, tramite lei, ho cercato di capire come si crea dal niente una star in America.

Ma veniamo al presente, al 2011, all’ultima canzone di Mina, Questa canzone, di cui si sono cercati gli autori, sul web… due giorni di grande suspense, e ti spunta Mario Nobile su un testo di Paolo Limiti.

Torniamo un passettino indietro. Quando ho fatto la conferenza stampa per “Minissima” io ho affermato che lei non sapeva scegliere le canzoni commerciali e che i suoi più grandi successi le sono stati imposti (parliamo di Grande Grande GrandeLa bandaParole parole). L’Ansa purtroppo ha isolato una frase. Allora stavo facendo uno speciale per celebrarla, sarei stato un idiota a criticarla. Però mi chiamò Massimiliano arrabbiatissimo e mentre cercavo di spiegarglielo mi coprì di improperi. Poi va beh… Comunque io ho cercato di fare il mio mestiere e di fare delle buone trasmissioni su di lei. E non è un’offesa dire che alle canzoni commerciali preferisce quelle sofisticate! Ma con lo speciale “Minissima” considero comunque chiuso il mio rapporto con la famiglia Mazzini.

Che si è riaperto con Questa canzone, nolente o volente. E per nostra fortuna perché la canzone è bellissima

Non ricordavo più di averla fatta. E sono caduto dal pero quando Mario (Nobile) mi ha telefonato per dirmelo. L’avevamo composta nel lontano’71 quando eravamo ancora molto legati a Mina. Non ci ricordiamo neanche se all’epoca gliel’avevamo fatta sentire oppure no. Poi, quando feci la trasmissione Viva Mina, Mario ebbe un po’ di nostalgia, la ritirò fuori e gliela mandò tramite Osvaldo Micciché.

Il colmo è che il testo sottolinea la vostra ex amicizia, perché dice letteralmente: “Canto per te questa canzone, per tormentarti ancora un po’… tornare lì per un momento con te che non puoi dire no. Canto per te questa canzone, per farti male forse un po’ perché tu sappia almeno ancora che dentro non mi hai perso no…”. E allora non si capisce più se sei tu che la tormenti con le parole che hai scritto, o se è lei che continua a tormentarti con la sua magnifica voce!

Ma quante chiacchiere piacevolissime abbiamo fatto… Il tempo è volato. E le vecchie riviste di cinema? I libri rari? Ci vorrebbe almeno un’altra puntata!

Passo attraverso corridoi nei quali campeggiano centinaia di bambole dai volti famosi come Ava Gardner, Marylin Monroe, Josephine Baker, James Dean, Elvis Presley,Jayne Mansfield, Frank Sinatra Jaqueline Kennedy, Marlene Dietrich, Joan Crawford (fatta da un artista di Madame Tussauds). Osservo incantato librerie stracariche di libri rarissimi, novellizzazioni, copioni di film e riviste italiane e americane degli anni trenta, quaranta, cinquanta, sessanta. Sono collezioni complete di Cine Illustrato, Fotoplay, Novelle Fiabe, Hollywood, Life, Screenstories, Festival, Mooviestrories, Una lira, Cinevita, Grand Hotel (tutti tranne il 221). A proposito, chi lo trovasse…

Milano novembre 2011

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Mario Biondi per Raropiù

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LA MIA AMICA PLATINETTE

Platinette – Mina, Milva, Patty Pravo, Ornella Vanoni? Se mi devo riconoscere in qualcuna di loro… direi Orietta Berti!

di lucio nocentini

L’appuntamento per l’intervista è a casa di Mauro (Coruzzi) in una zona molto tranquilla subito a nord di Milano, la Maggiolina. Villette e giardini come in provincia, perché lui si sente “una di provincia”. L’appartamento, a piano terra, è molto tecnico. La tivù è enorme, come pure il tapis roulant! In aria, anzi in ballo, c’è un bellissimo pezzo Io sono una finestra, che Grazia di Michele ha scritto per lui, e che è piaciuto tanto a Carlo Conti. Tra una chiacchierata e l’altra la Nostra si infila una parrucca biondissima sulle 23, prende una margherita e la sfoglia dicendo “Sanremo sì, Sanremo no, Sanremo sì, Sanremo no?”.

Mi hai portato dei fiori? Ma non sono mica morta! Prendili tu, Stefania (esclama rivolta alla sua assistente tuttofare, “indispensabile”, per dirla con lui).

Dato che chissà, potresti accingerti a calcare il palco(scenico) di Sanremo, mi piacerebbe parlare proprio con te, delle icone della musica italiana. Anni fa, era il 2005, la commedia si chiamava BIGODINI, recitavi insieme a Benedetta (Crocco Mazzini) e definivi Mina con un cerchio e Nicoletta (Patty Pravo) con un triangolo. Cosa volevi dire esattamente?

E chi se lo ricorda? Fammi pensare… Tutto partiva dal gesto, comunque, più che da una figura geometrica. Una cantando allontana e l’altra invece avvicina. Mina allontana ed è come se ti inducesse a fare una riflessione su quello che sta dicendo, mentre Nicoletta sembra che ti attragga a sé, invece ti conferma la sua diversità perché lei non è una sola. Mina la riconosci qualsiasi cosa faccia, dalla canzonetta alla musica sacra. E’ come se fosse un tondo, anche nella voce. Nicoletta invece è attrice di se stessa. E’ capace anche solo con uno sguardo di dirti “Ma ti rendi conto che sono Patty Pravo anche quando sono seduta sulla tazza del cesso?”. E’ una che ha qualche problema a staccare la persona dal personaggio. Comunque una che suona e che è molto attenta alla ricerca. E’rivoluzionaria senza volerlo: il suo disco cinese (Ideogrammi) era avantissimo. E tutt’oggi, vedi il duetto con Morgan, Il vento e le rose.

Ti piace molto, Nicoletta…

Patty è una vera amica. Mi piace tutto quello che ha fatto, anche la parte peggiore. Io amo Parole, per esempio. Lei è quella che ha cantato la colonna sonora della mia vita. E’ stata per me una compagna di viaggio, mi ha insegnato la libertà, mi ha insegnato anche l’esagerazione. Mi ha insegnato il pop, poi la canzone d’autore. Faceva Brel a 23 anni! La canzone degli amanti. Diamole atto che ha un intuito formidabile. Il fatto che se ne sia andata in America e nei deserti, per cazzi suoi, meglio ancora. E a proposito di Vasco, la sua ultima Come vorrei, poteva darla a lei. Con la sua voce l’avrebbe resa magica. Invece le ha dato La luna… Anzi no, lei ha cantato La luna che Vasco aveva composto per la Mannoia. Così ho sentito dire.

E Mina?

Oh, lei è tutta un’altra cosa, specialmente da quando ha mollato il colpo.

Secondo te, dovrebbe tornare a fare un ultimo concerto?

No. Sarebbe la fine del mito. Te lo immagini vederla con le rughe sul collo e le zampe di gallina? Ma va là.

Potrebbe mettersi un paio di occhialoni neri e una sciarpa…

Ma no. Non è mica un agente segreto! Non deve tornare perché così rimane la protagonista assoluta di un’epoca, non avrà mai concorrenza. Perché dovrebbe andare a rimetterti in mezzo a ‘sto circo. Perché? E’ la regina in assoluto. Anzi, se tornasse sarebbe l’ammissione di una debolezza, di una certa fragilità che forse lei ha, ma che è meglio non faccia vedere. Io l’ho vista come vive. Serena come nessun’altra al mondo. Co ‘sti zoccoli e le calze bianche arrotolate, ciabatta per casa, una casa normale, anzi, più modesta del previsto. Cucinetta metà di questa stanza, tavolino bianco, microonde qualsiasi, infila dentro questo cazzo di pezzo di torta, te lo butta lì. Senza tante storie… Sì, hai sempre il dubbio, quando apre bocca che sia una che la imita. E capisci anche che la grandezza è quella lì. Mina, professionalmente parlando, è anche molto più avanti di suo figlio e dei suoi collaboratori. Non per niente ha detto sì a Mondo Marcio permettendogli di usare pezzi del suo vecchio repertorio nel suo nuovo lavoro rap. In questa operazione lei ha intravisto la possibilità di essere traghettata via. Via dal vecchio.

Stiamo parlando di due indiscusse icone gay. Ma che cosa è un icona gay? In Inghilterra, la più amata è la grandissima Dame Shirley Bassey. In America lo sono Cher, Barbra Streisand, Madonna…

Sarà una questione generazionale. Dai. Ancora Shirley Bassey? Basta! C’ha ottocento anni! Oddio, anche noi non ne abbiamo più venti… Sarebbe invece molto più interessante capire se ce ne sono, di icone gay, nuove. E come hanno fatto a diventare tali.

Mi viene in mente solo Amy Winehouse…

Che però è morta e arrivederci! No. Direi che una icona gay di oggi è Lady Gaga.

Ho visto un suo video tutto ammiccamenti e toccamenti e mi sembra la caricatura povera di Madonna, peccato che siano passati trent’anni nel frattempo. Io trovo Wilma De Angelis, con Dimmi di sì, versione italiana di Bad Romance, molto più moderna e attuale di Lady Gaga…

La Wilma e la sua Patatina… l’abbiamo cantata insieme anche in tivù. Di sicuro lei era ed è più pimpante di me e Lady Gaga messe assieme! Comunque tornando a Lady Gaga, sono stato a un suo concerto e pareva una convention di froce. Con tutto il rispetto. Poche donne ed eterosessuali rarissimi. Secondo me è l’esagerazione che fa l’icona. In tutti i modi. Nel caso di Mina è la meglio riuscita perché mise insieme e ancora lo fa nonostante non appaia, una serie di caratteristiche di cosiddetto camp (che tradotto vuol dire un’esagerazione portata all’estremo). Senza sopracciglia, un trucco fino a qua, la voce che supera se stessa, l’imponenza dell’altezza, la sfacciataggine di un talento buttato così, in faccia a tutti. Ogni cosa in maniera esagerata. In televisione e al cinema c’andava con i programmi in prima serata, con i musicarelli, coi caroselli, ovunque. Sui giornali ovunque. Nella sua femminilità c’è quella esagerazione che difficilmente altrove si trova. Mina, è un po’ come era Maria (la Callas, non la De Filippi). Oltretutto di casa abitavano qui a Milano, anche se non contemporaneamente, una di fronte all’altra.

No, nello stesso palazzo. La casa della Callas fu abbattuta e al suo posto c’è il condominio dove abita(va) Mina.

No, di fronte. Me l’ha fatto vedere lei. O almeno lei, sul balcone, fumando, diceva così. Poi, poco più in là, mi indicava la casa di cura dei musicisti, quando ancora c’era la Lattanzi (Tina Lattanzi, mitica doppiatrice, tra le altre, di Greta Garbo n.d.a.). Va beh, insomma abitava … o di qui o di là… cosa dicevamo?

Icone gay…

Sì sì. Però c’è anche una patologia in tutto ciò. Perché deve poi esserci anche la capacità di distaccarsi dai miti. Non voglio criticare a tutti costi, ma non credo che Marlene (Dietrich) abbia fatto tutti film bellissimi. Non mi piace dell’icona gay, il pensiero che sia inattaccabile. Io non mi inginocchio davanti agli altari in chiesa e non lo faccio con certi artisti che spesso ho modo, in tivù, di frequentare; il rischio è che a volte, conoscendoli di persona, si può rimanere delusi. Perciò vado molto con i piedi di piombo.

Altre icone gay?

Milva e Ornella Vanoni. La prima è la più “travestita” tra tutte, nel senso dell’esagerazione già del timbro della voce. Questo suo modo di fare caricato, mai un’espressione naturale, mai una battuta fuori dal copione! Ornella invece è emblema di snobberia. Nata bene, upper class milanese. Conserva sempre quel leggero distacco dalle altre, che vede meno belle di lei, meno brave di lei, meno interessanti di lei. Anche se lo fa involontariamente. Ma Ornella piace a un pubblico più allargato. A questo riguardo, ricordo che a Sanremo 1966, non ne voleva sapere di cantare in coppia con Orietta (Berti) Io ti darò di più. Diceva “io non ci vado con quella contadina”. Neanche ci voleva fare foto insieme. Che poi, passa il tempo e tutto cambia. Ci si rabbonisce. C’era un periodo che Ornella mi chiamava la mattina presto, forse soffriva d’insonnia e siccome io mi alzavo presto per lavorare in radio. Mi chiedeva: “Piove oggi? Esco adesso? Non so se uscire oppure no.” Alti e bassi. Ho un filo di perplessità nei suoi confronti. Secondo me non si è mai concessa a nessuno veramente. Però è spiritosa, intelligente… incute un po’ di timore comunque anche se si lascia, a sprazzi, andare.

Orietta è un tesoro…

Orietta è una bella icona gay. Icona gay di campagna, “che il gusto ci guadagna”. E’ una simpatica nella vita. Molto più di tutte le altre messe insieme. Se io stessa mi devo riconoscere in qualcuna vedo lei come la più vicina a me, per la terra, cioè il territorio, l’ Emilia, ma soprattutto per la semplicità. Le ho chiesto di fare una cosa con me, (un pezzo che si chiama Dimmi, degli anni ottanta, inserito nel mio secondo LP, intitolato Perle coltivate) (il primo si chiamava Platinette, da viva n.d.a.) e a differenza di altre che ci hanno pensato e ripensato prima di accettare, lei ha detto subito sì. Con molta chiarezza mi ha detto che voleva le percentuali sulle vendite. Ahh. E non ha voluto un soldo. Quando abbiamo fatto il pezzo mi ha chiesto: “posso fare una prova?”. Io ero terrorizzato… e poi siamo andati a mangiare e lei si è scofanata ogni cosa. E’ una normale.

Un’altra tosta?

La Rettore, Donatella Rettore. Mi dispiace che l’Italia non l’abbia omaggiata degnamente… Non sarà chic, ma scrive tutto da sola, e ha fatto della letteratura pop. Ha inventato i neologismi che sono diventati parte del nostro vocabolario. Come splendido splendente. Il suo trasformismo è come quello di Lady Gaga con trent’anni di anticipo. Donatella ha un carattere di merda, che la rovina. Peccato perché è la più eccentrica. Vulcanica. Quella che ha cambiato più volte faccia. E ha scritto sempre tutto di suo pugno. La Consoli è brava, ma è più uomo. E’ più un cantautore.

E Giuni Russo?

Giuni, oltre l’esagerazione, con quel look iniziale da soldato. Un disco straordinario di partenza, Energie, prodotto da Franco Battiato. E dopo le canzoni popolari quelle intellettuali. La sua malattia infine, quando è diventata di una dolcezza inattesa. Lei poteva fare qualsiasi cosa. Aveva una voce unica, potente, meravigliosa. Battiato stesso, che si definisce un asessuato, se potesse rinascere donna, rinascerebbe Giuni. Lui ci ha provato con tante. Con Alice, con Milva, ma con lei ha raggiunto punte straordinarie.

Che poi la discografica di Giuni è stata Caterina Caselli…

Sì, lei è una brava a intuire le potenzialità di una persona. Pensa solo a Elisa, scoperta da lei e lanciata da lei. Mi piaceva tanto Fanigliulo, dei suoi. E’ una manager capace che ha anche sofferto un po’ per aver mollato il microfono, perché le piaceva molto cantare. Non era bravissima ma aveva un repertorio strepitoso, specie quello iniziale, meno colto. è che mi verrebbe voglia di dirvi perché con Grazia abbiamo scelto una canzone di Giuni così allegra come Alghero…Dunque, l’estate scorsa siamo stati insieme a una manifestazione ad Alghero, a dieci anni dalla scomparsa di Giuni, che entrambe abbiamo avuto il privilegio di frequentare: parla tu che parlo io, suona tu che io non so suonare e avanti così fino a quando qualche settimana fa c’è tornato in mente quel momento e ad entrambe, tanto che quando stato posto il quesito “quale canzone cover vorreste fare”? di una lunghissima lista, dubbio alcuno non abbiamo avuto. No, non cambiamo del testo nemmeno una virgola, ma adesso, finché posso, dalla doccia alla macchina ululo squillanti “Voglio andare a …Sanremooooo…”, tutto qui, ho bisogno di un periodo in Riviera, si, ma in clinica per anziani mentalmente “disturbati”…è che mi verrebbe voglia di dirvi perché con Grazia abbiamo scelto una canzone di Giuni così allegra come Alghero…Dunque, l’estate scorsa siamo stati insieme a una manifestazione ad Alghero, a dieci anni dalla scomparsa di Giuni, che entrambe abbiamo avuto il privilegio di frequentare: parla tu che parlo io, suona tu che io non so suonare e avanti così fino a quando qualche settimana fa c’è tornato in mente quel momento e ad entrambe, tanto che quando stato posto il quesito “quale canzone cover vorreste fare”? di una lunghissima lista, dubbio alcuno non abbiamo avuto. No, non cambiamo del testo nemmeno una virgola, ma adesso, finché posso, dalla doccia alla macchina ululo squillanti “Voglio andare a …Sanremooooo…”, tutto qui, ho bisogno di un periodo in Riviera, si, ma in clinica per anziani mentalmente “disturbati”…

Alice?

L’ho molto amata nel suo repertorio pop. Quello che faceva prima di cantare Battiato. Adoravo A cosa pensano. Forse si è fatta un po’ irretire dalla storia della ricerca spirituale che ti porta via anche la lucidità per una produzione più moderna. Non puoi pensare di andare in cerca di te stessa e che ti seguano milioni di persone. La tua ricerca ti restringerà il campo. Essere sofisticata, a volte ti può riuscire, a volte no. Che ti aiuti Tiziano Ferro non basta. Alice, con quel collo chilometrico, ha una bellezza incredibile. Ad Alice, Battiato ha fatto anche vincere un Sanremo, non dimentichiamolo.

Scegline una tu, adesso…

Un sottovalutata. Marcella. E’ una cantante pura e semplice, con qualche punta di kitsch notevole. Capolavori di pop moderno. E’ uno stile il suo.

E la Carrà?

E’ un grande esempio di pop. Non essendo in grado di cantare in un altro modo, canta canzoni facili che tutti possono ricantare. E questa facilità la premia di un successo longevo. Canzoncine da gita, da corriera, come Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, Maga Maghella, e Chissà se va… Comunque per me che amo il pop, mi da un po’ fastidio che le icone gay celebrate siano sempre quelle due o tre grosse…

Parliamo allora di Sylvie Vartan?

Già, chi non ricorda il suo “Buonasera Buonasera” a Doppiacoppia? Chi non ricorda il suo Come un ragazzo e Zum zum zum che batté perfino la versione di Mina? Inoltre Sylvie ha avuto una vita che ha contribuito parecchio al suo successo.

E le sorelle Berté?

Loro sono un caso raro, nel senso che sono state entrambe rivoluzionarie. Molto di più lo è stata Loredana. Dal punto di vista personale non la amo per niente, però lo spezzato della sua voce è strepitoso. Canta il rock spezzando tutto quanto. Prendi Ragazzo mio. Ne ha fatta una versione tutta sua, indipendentemente da Tenco. E questo modo di cantare è forse sinonimo di una rabbia mai sedata, di un tormento interiore di quelli grossi. Ne fa la più grande interprete di rock italiano.

E Mia?

Mimì, io ho lavorato con lei quando lavorava per un disco di cover. Ho amato poco vederla perché ho dovuto assistere a qualcosa che non potevo frenare e mi procurava imbarazzo. Non voglio fare la santa perché di alcool e droga il mondo dello spettacolo ne è pieno, però vedere una donna resa così insicura dall’infelicità mi faceva male. E forse è meglio che se ne sia andata prima che fosse troppo tardi.

Gianna Nannini?

La Nannini è una figlia ricca della borghesia, una snob, che se non ha la vena ci ricanta le romanze, come in questo suo ultimo lavoro di cover che se ce lo risparmiava era meglio… Fino a ieri erano tutte contro i talent, poi ci vanno a fare le ospiti. Fino a ieri dicevano il passato è passato. Oggi si mettono a fare le canzoni del passato. Oh, a me non me ne frega niente di sentire da te Lontano dagli occhi di Endrigo, solo perché è stato adottato dalla sinistra chic. Quando se le cantava lui non se lo cagava nessuno. Erano robetta. Un po’ come Gaber. Improvvisamente è diventato una icona. Perché prima che cos’era, un deficiente? Quando cantava Non arrossire, Com’è grande la città, Barbera e champagne, no, e quando faceva il teatro sì?

Fiorella Mannoia?

Lei credo si sia fatta travolgere dal fatto di essere considerata la musa dei cantautori. Io sento una cantante molto dotata e brava, ma mi arriva fredda.

E Antonella Ruggiero?

La vedo chiusa come un’armatura. Eviterei le canzoni in coro con i bersaglieri, anche se la ricerca personale non si può discutere. Non sbatto la testa, quando l’ascolto.

Rita Pavone?

La adoro. Mi piace tantissimo. Ha fatto un ultimo lavoro bellissimo. Soffre del fatto che non le abbiano dato il giusto riconoscimento. Ha venduto più dischi nel mondo… che alla Pausini ci vorrebbe un’altra carriera per raggiungerla! Io mi accontenterei di questo, fossi in lei.

E per concludere… Grazia di Michele?

E’ un genio che ha scritto una bellissima canzone per me (ridacchia). Inoltre sarebbe stupefacente se accettassero a Sanremo due babbione come noi! Due vecchie! Avremmo anche il pezzo, Alghero, da eseguire il venerdì, tanto omaggiare Giuni. Dalla macchina alla doccia, in questi giorni non faccio che cantare: “Voglio andare a Sanremooooo, in compagnia di uno stranieroooo”. Sì che ci andremo a Sanremo, io e Grazia, in riviera, in una clinica per anziani “mentalmente disturbati”.

Anzi, per concludere ancora meglio, dovremmo parlare dell’icona Platinette, no?

L’avere cambiato il senso di accettazione… a me questo interessa. Uno che è frocia, brutta, travestita, orrenda che però, porca troia, ce la fa!

Da donna ti piaci di più?

Mi sento più sicuro, adesso, travestita. Comunque, a prescindere dal travestirsi o meno, Il risultato vero sarebbe andare al festival di Sanremo senza che faccia impressione a nessuno il fatto che io sia là. E’ bello essere considerati una che ha un cervello che funziona e che sa fare qualcosa d’altro, oltre i bocchini! Più dell’intelligenza, comunque mi interessa che questa tipologia di persone non venga sempre relegata ai margini come s’è fatto per anni. Io non ho inventato niente, per quello che mi riguarda, anzi negli anni settanta ero un po’ meglio perché ero più giovane e più magra. Da allora ho una truccatrice, Laura, quindi sì, ho perfezionato il trucco. Le parrucche rispetto ad allora vengono lavate. I vestiti sono scelti con un pochino di cura ma nemmeno troppa. Mi piace sempre avere in me qualcosa di disgraziato. Il pelo non me lo toglierò mai, per esempio. Eppoi son cattiva vera (ride come una matta).

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FIORELLA MANNOIA, A TE, LUCIO


RAGIONE E SENTIMENTO DI FIORELLA MANNOIA, ANZI ROSALBA!
di Lucio Nocentini

“Avevo già pronto il mio cd di inediti ma ho deciso di fare una sosta e di buttarmi in questo omaggio a Lucio Dalla. Perché ho sentito di doverlo fare: per affetto e per tanto altro”. Così ha affermato Fiorella Mannoia presentando la sua ultima fatica dal titolo A TE, una rilettura di una manciata di capolavori del grande cantautore bolognese. E ha continuato spiegando: “L’ho voluto realizzare alla vecchia maniera, dal vivo. Le registrazioni tradizionali degli album in studio mi hanno un po’ stufata. Trovarsi a cantare in mezzo all’orchestra è più adrenalinico e ognuno dà il meglio di sé”.
Per la scelta dei brani afferma di aver fatto molta fatica: alcuni li ha scelti per affetto come Cara e Anna e Marco, che lei e Lucio avevano cantato insieme tante volte, altri perché li ha sempre amati, ma la difficoltà è stata nel cantarli, perché, spiega, non tutti si sono resi conto dell’estensione vocale che raggiungeva Dalla. Lei non ce l’ha per cui ha dovuto rinunciare con la morte nel cuore a brani come Apriti cuore, dove la voce va tanto giù.

Ho ascoltato e riascoltato bene il disco e mi è venuta in mente una grandissima banalità… com’è lontana la ragione dal cuore! Perché sulle affermazioni di Fiorella ne avrei da ridire un sacco. Prima cosa io comincio a essere un po’ stufo di tutti questi live. Così facili da realizzare… e soprattutto di tutte queste cover che possiamo cantare a memoria fin dalla prima strofa. E con Dalla, in particolare, la gara è durissima perché siamo tutti troppo affezionati alle sue straordinarie interpretazioni. Ci hanno accompagnato dagli anni settanta a oggi. Fanno oramai parte del nostro dna. Guai a chi le tocca! Poi non c’è bisogno di cantare le canzoni di Lucio per accorgersi che aveva una gran voce. Nessuno è sordo. Questa è la “ragione”.
Poi però arriva il “cuore” perché in questa “manovra di Fiorella” che da lontano puzza alquanto di operazione commerciale c’è talmente tanta bravura, compostezza, rigore, in una parola, amore, che come una freccia arriva dritta al cuore!
A TE è un bel disco. Una bella rilettura, che a prescindere dall’affetto per il grande cantautore recentemente scomparso, riporta per certi versi alla Fiorella Mannoia che vinse “Premiatissima” con la cover Margherita. Ve la ricordate? Eravate Nati?
Ad accompagnare Fiorella “l’Orchestra Sesto Armonico” e ben cinque sono stati gli arrangiatori, Peppe Vessicchio (Cara), Pippo Caruso (Caruso e Anna e Marco), Stefano Zavattoni (Sulla rotta di Cristoforo Colombo e Se io fossi un angelo), Marcello Sirignano (Chissà se lo sai, Milano, Felicità) e Paolo Buonvino (La casa in riva al mare e La sera dei miracoli). Loro hanno aggiunto o tolto alcuni elementi dell’orchestra a loro piacimento.

Fiorella ha ancora affermato “Non ero la migliore amica di Lucio, ma una sua amica comunque. L’ho frequentato nelle sue case di Milo, Bologna e Tremiti. Per lui e Marco (Alemanno) ero Rosalba. Aveva deciso di chiamarmi così e sul suo cellulare ero registrata come Rosalba. Così nel libretto, quella che dice: – Grazie a Lucio per tutto quello che ci ha lasciato, che rimarrà per sempre nei nostri cuori, Rosalba – beh, quella sono io! Lucio era capoccione, testardo, ingombrante ma era unico e avevamo un rapporto di affetto e stima reciproci. In una definizione direi ‘tenero’. Era un cantante vero, che quando apriva bocca piangevi, non solo per quello che diceva ma per come lo cantava. Io ho assorbito molto da lui, tutto quello che potevo. E’ molto curioso il fatto che io, essendo una donna, possa cantare le sue canzoni nella stessa tonalità. La sua voce era così alta e la mia così naturalmente bassa che in ogni mia cover di Lucio la base rimane identica all’originale”.

E veniamo alle singole canzoni.
Una delle più convincenti è La casa in mezzo al mare. Sembra una nuova di Fiorella, tanto è ben interpretata. Il testo, leggermente più lento che nell’originale, appare più poetico che in Dalla. E stessa cosa succede per Se io fossi un angelo: il ritmo più cadenzato e rarefatto ci fa gustare il testo in maniera più efficace. E gli arrangiamenti in entrambi i brani sono gradevolissimi. Come in Sulla rotta di Cristoforo Colombo. Canzone meno nota di tutte quelle del disco, e forse quella che più intriga, proprio per questo motivo. Ci riporta alle atmosfere dolcemente retrò di quel bell’inedito del Live Dalla De Gregori (Work in Progress), il cui titolo è Gran Turismo. Poi c’è quel capolavoro di Caruso che già Mina aveva inciso in Ti conosco mascherina: ne aveva fatta una versione in bilico tra jazz e rock. Anche Milva ci aveva provato con enfasi e passionalità. La sua versione del 1994 si trova in un cd tutto arrangiato da James Last che porta il titolo Dein ist mein ganzes herz. Fiorella canta Caruso in maniera quasi scolastica. Ineccepibile, se vogliamo, convincente, intensa ma la mia preferita rimane comunque l’originale di Lucio Dalla!
Chissà se lo sai è un pezzo che Fiorella definisce meno conosciuto, ma non lo è per chi come me ama Ornella Vanoni che ne fece una splendida rilettura nel 1986, in sala d’incisione a due passi da New York (nel New Jersey). Il disco si chiamava Ornella & , e al sax c’era nientemeno… Chris Hunter!
In Felicità Fiorella duetta in maniera appassionata con Ron che dalle prime note ci provoca un brivido lungo la schiena, tanto la sua voce ricorda quella di Lucio.
Anche Milano, “col suo Olé da torero”, è una bellissima prova, e Anna e Marco convince alla grande. Stella di mare, che apre il concerto è molto coinvolgente. Comunque la punta di tutto l’album secondo me è Cara che la Mannoia nei concerti di quest’anno ha proposto con trasporto emozionando le platee, proprio per ricordare Lucio e per sottolineare il grande vuoto che ha lasciato.
Insomma, avrete capito che questo cd si ascolta che è un piacere, sia da soli a tutto volume, che in sottofondo durantre una cena con gli amici. E non bastasse si può anche guardare, perché è accompagnato (arricchito) anche da un piacevolissimo dvd che ha una straordinaria fotografia (in bianco e nero il concerto registrato a Roma in due giorni, il nove e il dieci settembre di quest’anno) e contiene piccole sorprese, tipo Fiorella (con e senza Marco Alemanno) che ci descrivono un Dalla pazzoide che per raffreddare un cappuccino ci fischiava una canzone. Quella la prima volta che Fiorella lo incontrò in un bar. E diventò Rosalba. Nel video Ron rivela pure che Lucio creò Occhi di ragazza per mandarlo a cantare a Sanremo in coppia con Sandie Shaw, nel 1970. Il resto non voglio anticiparlo. E’ un susseguirsi di chicche.
Due riserve: la copertina ha poco impatto e discutibile la performance di Alessandra Amoroso. Più che “questione di feeling”, direi “questione di marketing”!

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SELFIE, MINA, ti prego, ASCOLTATI!

SELFIE, MINA, TI PREGO, ASCOLTATI!

Nella tua notoria riservatezza, Mina, sei la cantante più chiacchierona che conosco. Ogni settimana su Vanity Fair dispensi ricette d’amore e tra le righe ti racconti a più non posso. Su La Stampa, negli anni passati hai pubblicato bellissimi articoli grondanti di appassionati pensieri. Menomale che non rilasci interviste dal ’78! E comunque, se avessi cambiato idea, da allora nessuno te ne ha più chieste (a parte quel ridicolo Bagnasco al citofono a Lugano, qualche mese fa. Troppo divertente tu incavolata nera che fai finta di essere la cameriera e rispondi “No, non c’è… la signora è al Forte”.

E quando scrivendo parli di te stessa ti definisci: una che non ride quasi mai… una che non canta quando cucina… una che è spesso di pessimo umore… una che ha la luna storta un giorno sì e un giorno sì.

Si sa, Mina, sei stata tanto tartassata, usata, tradita, fraintesa, abusata, ferita e chi più ne ha più ne metta. Così, nel tuo eremo svizzero ti sei costruita una barriera composta da mattoncini amici fedelissimi e abbottonatissimi. Ce l’hai a morte con la gente curiosa, con le persone invadenti e maleducate, con quelli che ti spiano, ti additano e ti fotografano. Peggio ancora con quelli che ti riprendono con quei maledetti telefonini telecamera mentre fai la spesa o passeggi col cane. E magari ti pubblicano su Youtube appena tornati a casa. Confesso che anch’io, una volta di tanti anni fa, cedetti alla tentazione, (ero stato accolto con tanto affetto da Massimiliano nella tua ex sala d’incisione), di fotografare il cesso “dove ti sedevi”; per essere sicuro di immortalare quello giusto fotografai sia quello rosa delle femminucce che quello azzurro dei maschietti! Mi scuso qui. Se mai dovesse ripresentarsi l’occasione, giuro, non lo faccio più. A mia discolpa, posso dire, che ero tanto giovane… e cretino.

A volte sogno di intervistarti e la prima domanda che ti farei sarebbe: “Ascolti mai i dischi di Mina?”. Risponderesti sicuramente di no. Perché per personaggi del tuo calibro, la musica è un lavoro, e come tale, finisce nel momento in cui si abbassa la saracinesca della sala d’incisione.

Tutto questo panegirico per due motivi:

primo perché stavolta Mina, tramite il magico Mauro Balletti, hai avuto il coraggio (o meglio la sfacciataggine) di mettere come tuo Selfie il culo di un elefante, quello di una zebra e la faccia spaurita di un giovane macaco giapponese. E vabbè, con quello che ho scritto sopra direi che noi impertinenti e spudorati curiosoni ce lo siamo meritato.

Secondo perché questo CD lo trovo un grande capolavoro Camp che ti fa tornare la voglia di cantare, di fare sesso (se mai uno l’avesse persa), di ridere, di alludere, di giocare. Così se tu Mina lo ascoltassi BENE come facciamo noi fan dalla mattina alla sera, cinque o sei volte al giorno, per almeno una settimana intera, ti divertiresti un casino, ti tornerebbe il buonumore, canteresti mentre giri il ragù, rideresti come una matta mentre stiri o ti lavi i denti e chissà, magari potresti diventare una fan di te stessa.

E adesso è ora di schiacciare il play.

Questa donna insopportabile è il titolo del primo raffinatissimo brano. Ma va? Una donna insopportabile tu? E qui, come si dice “ce la canti”: Se ci penso adesso vorrei fare un enorme cerchio rosso intorno a me, un confine per non farmi prendere… accusata da dover nascondermi… sono ancora troppo fragile per affrontare questa vita stupida che sia, stanca, rattoppata ma soprattutto mia…. E’ il pezzo che mi ha conquistato subito perché questo tuo prendere le distanze, questa tua lontananza mi ti ha fatto sentire vicinissima. Vera. Complimenti a Federico Spagnoli, autore (sia del testo che della musica). E complimenti al tuo Max per l’arrangiamento essenziale ma molto elegante! Come lo è lui.

Io non sono lei. Ritmo e gridolini da libidine. Lascerò che tu ti innamori ancora un po’, poi la bocca mia ti dirà di no. Io non sono come tu mi vedi. Lei è buona e perdona, io mai. Prova e vedrai! Mi allontanerò quanto più mi cercherai, fino a che il mio nome griderai… Ci risiamo, Mina, prendi le distanze da vera star, come, imitandoti le prenderemo noi che ti amiamo, uomini e donne, tutte “finocchie dentro”, che ne faremo un inno tormentone estivo. Tu icona gay? Ma va? Che novità!

La sola ballerina che tu avrai. Una voce intensa ma velata accarezza una musica dolcissima di Mattia Gysi e Axel Pani. Il testo è di Lele Cerri. Un aficionado. Arrangia benissimo Ugo Bongianni. L’atmosfera è intensamente gradevole, come nella Compagna di viaggio di Faletti. Una ballad attualissima nella sua semplicità.

Il pelo nell’uovo (Gianni Bindi – Matteo Mancini). Ai primi ascolti spiazza per l’arrangiamento. Un ballabile disco vintage. Ma ascoltala, Mina più e più volte. Ti conquisterà perché è una follia. E’ pazza. “Finocchia” anche questa. Sembra di vederti mentre la canti scuotendo la testa,un po’ imbronciata, gesticolando e ballonzolando come quella volta che eri tutta un boccolo, alla tivù Svizzera (Colpa mia). Un ritmo di percussioni e fiati decisamente demodé. Un capriccio. Tanta, tanta voglia di trasgredire. Ti lascio perché da te ho avuto già tutto

Alla fermata (Gianni Leuci). E’ perfino scontato dire che siamo di fronte a un capolavoro. Ascoltalo Mina, se ce la fai, senza che ti si stringa la gola per l’emozione. Ah, cosa sei, forse un’onda così grande che mi bagna e non fa male… Quell’ Ah… arriva tra le scapole come una pugnalata.

Perdimi (Mario Capuano). Anche qui non ci sono parole. Ci fai piangere. Ma come fai a rendere così appassionatamente spagnoleggiante e sanguigna una canzone che in fin dei conti è formata da parole e da pallini segnati in un pentagramma? Si sente, carina, che ci provi gusto a cantarla. Tanto poi quelli che rimangono sbudellati siamo noi. E a proposito della Spagna, sai se Almodovar l’ha ascoltata?

Il giocattolo (Gianni Bindi – Matteo Mancini). La tua voce di miele che toglie il respiro dov’è Ah, con qualcun altro…Sento ancora il profumo lasciato nel letto e non so Ah, se voglio un altro. Ne vogliamo parlare? Chi, ascoltando il pezzo, non prova brividini giù, lungo la schiena, vada a farsi dare un’occhiata da uno specialista di endocrinologia. Pezzo minosissimo. Intrigante da morire. Non ho capito se il giocattolo è un cazzo o una marchetta. Ma fa poca differenza.

Mai visti due (testo Lele Cerri). La musica, forse la più intensa ed emozionante di tutto il disco è di Franco Serafini (che arrangia pure). Franco, sei grande grande grande. Mi blocchi il diaframma come se fosse un bolero o l’aria struggente di un’opera sinfonica.

Troppa luce (Gianni Bindi – Matteo Mancini). Un divertissement col tuo Edoardo, che nell’intro canta a squarciagola. Distante nonna Mina, e ammettilo che quel giorno eri tutta pimpante e allegra! Almeno quel giorno. La canzone è una chicca. Il ritmo è molto stuzzicante. Scanzonato.

La palla è rotonda (Maurizio Catalani, Claudio Sanfilippo – Claudio Sanfilippo). Una vera bellezza questa rassicurante sigla per i mondiali di calcio. Le parole rimbalzano di tacco di punta di esterno e di sponda come una palla, come rimbalzavano nell’ Acqua di Marzo e in tante altre sambacce brasilere che grazie a te (e a Ornella) ci sono entrate nel sangue… Inutile ricordare Ossessione 70Albertosi Albertosi…chi se la scorda?

Oui, c’est la vie (testo Maurizio Morante, musica di Axel Pani). Mi ha riportato alle atmosfere di Ma ci pensi, un pezzo dolcissimo di Attila. Perché anche in questa canzone la tua voce è senza tempo. Potresti avere trenta o cinquant’anni. Quanti ne hai realmente poco importa. Ma sai che qualche volta, quando canti le canzoni di questi ultimi anni, mi sembra di vederti con i riccioli biondi, anziché con la treccia? Complimenti ad Axel. Faglieli quando lo vedi, da parte mia.

Aspettando l’alba (Fabrizio Berlincioni – Mauro Culotta). Che bellezza questo pezzo da struscio da balera. Languidone. Io faccio un discorso alla luna, per fortuna che c’è ancora lei. E la freschezza della tua voce conquista, se ce ne fosse bisogno dopo tutto questo bendiddio.

La fine. Ma guarda chi si rivede alla fine! Anzi chi si riascolta. Un pezzone piacevolmente antico e rassicurante del grande Don Backy. Una gustosa e saporita ciliegiona su questa torta farcitissima e riuscitissima. Complimenti di cuore all’autore, ovviamente, ma complimenti sempre e comunque a te e a tutta la premiata pasticceria Mazzini.

Allora, dammi retta, Mina. Se non ti hanno ancora spedito il disco, corri a comprarlo. Anzi no, mandaci qualcuno… se no ti beccano con quei maledetti telefonini. Però un Selfie tuo tuo ce lo potevi fare, lazzarona! Col bene che ti vogliamo…

Lucio Nocentini (insieme a Zoe).

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patty e la luna (tour) che illumina Milano

 

Patty Pravo, la luna (tour) che illumina Milano…

di lucio nocentini

Il teatro si riempie, le luci si attenuano e arriva lei, divina, ultima star del firmamento musicale italiano, icona gay, sulle note (dure) di Dai sali su. Indossa una giacca soprabito nera, di paillettes e pantaloni attillati neri. Il volto levigato è più dolce e rotondo di sempre. Non molto diverso da quello della ragazza del Piper, quella che cantava Ragazzo triste e che apparve in tailleur pantalone gessato per la prima volta in tivù nel 1967 a “Scala Reale”, la trasmissione abbinata alla lotteria di Capodanno. Caspita quanti anni sono passati! Ma non sarà stufa, di calcare il palcoscenico, perdipiù con lo stesso look di allora? E cosa c’entra questo pezzo rock con l’atmosfera da auditorium che ci avvolge? Non siamo mica in uno stadio? Mi domando. Allora mi metto a riflettere alle volte che ho avuto il modo (e la grande fortuna grazie al mio amico Roberto Bargero) di parlarle e di chiederle, per esempio, quale sarebbe stata la scaletta del concerto, una sera di gennaio, nel bergamasco, del 1997. Di lì a poco avrebbe dovuto andare a Sanremo per presentare quel pezzo meraviglioso che è E dimmi che non vuoi morire. Lei mi confessò che quella canzone di Vasco non le piaceva neanche un po’ ma che le era stata imposta dal produttore artistico (Nando Sepe) e che per allungare il brodo avrebbe dovuto riproporre una manciata di cover tipo Pazza idea e Pensiero stupendo. Aggiunse che solo l’idea di salire sul palcoscenico per cantare quelle robe vecchie la faceva vomitare. In effetti le sue precedenti proposte, il cd cinese Ideogrammi e il pezzo con il quale era arrivata ultima a Sanremo 1995, I giorni dell’armonia ci avevano mostrato una cantante un po’ annoiata, certo non vincente, ma comunque tosta e in cerca di nuovo. Una donna proiettata nel futuro. Una “avanti” o comunque controcorrente. Come sempre lo era stata fino a quel periodo.

E cosa succede neanche un mese dopo quel concerto? La canzone di Vasco spopola e riporta di prepotenza Patty Pravo sulla cresta dell’onda. I jukebox, le radio e la tivù non fanno che proporla e riproporla. E il cd, (titolo Bye Bye Patty) oltre a quella straordinaria canzone contiene l’intero concerto live tutto fatto di cover, che vanno appunto da Ragazzo Triste a Pensiero stupendo passando dalla Bambola, da Qui e là fino a Pazza idea. Un milione e ottocentomila copie vendute, se non ricordo male. Sono soldoni. Patty non può che dire, a denti stretti, “Grazie Nando ”.

Ma torniamo subito al presente. Alla scaletta di questa serata. La luna che dà il titolo al tour. E’ un pezzo accattivante, tagliato (da Vasco) su misura per lei. Cambio di giacca (“preferisco questa rossa!”) e vai con un altro pezzo, Parole, dove le chitarre elettriche fanno da padrone.

Siamo sicuri che ci piaccia questa Pravo rock? Ha tanta voce, ma con quelle schitarrate sopra, non basta mai e parte del testo va persa nel rimbombo del teatro. Per fortuna è “costretta” ad alternare anche con canzoni più soft come Se perdo te e E dimmi che non vuoi morire! Ma tra le cover, e questo devo dire è molto piacevole, va a scovare pezzi del suo repertorio che si erano persi nel dimenticatoio. Un sempre forte ed efficacissimo battistiano Io ti venderei, un sempreverde I giardini di Kensington e l’ermetico e singolare Tripoli 69 (che bisognerebbe intervistare l’autore, Paolo Conte, per farci spiegare cosa vuol dire. L’unica cosa che capimmo, nel lontano ’69, quando Patty lo cantò durante la finalissima di Canzonissima per la prima volta, è che parlava di una coppia di amanti che mentre fuori nevicava, in casa avevano tanto di quel caldo… talmente tanto che raggiungevano Tripoli, beati loro. Che il 69 fosse la posizione del kamasutra e non il 1969?). La lista prosegue con Nel giardino dell’amore, bel pezzo fascinoso da Canzonissima 70 e Il mio fiore nero, una vibrante e inaspettata chicca datata anche lei 1970.

Qualcuno le urla Tutt’al più, ma lei risponde che non è in vena di cantare canzoni del suo periodo francese.

Con La mela in tasca ripartono le chitarre elettriche e il basso a tutto spiano. Anche La bambola in spagnolo tra chitarre e nacchere ci sembra una canzone “moderna” in questa operazione di “modernariato”, perché diciamolo, dal ’68 a oggi se la matematica non è un’opinione sono passati quarantacinque anni!

Autostop, e Notti bianche, con qualche perdonabilissima incertezza.

Patty è rilassata e soddisfatta e annuncia: “Adesso facciamo un salto in paradiso, con Il paradiso, appunto, e dai, mi piacerebbe che poteste salire tutti sul palco a cantarlo con me”. Ma i body guard restano immobili e serrati uno in fianco all’altro, come uno scudo, con i pettorali in bella vista. “…e adesso che siamo alla fine, come ci lasciamo? Io direi con un Pensiero stupendo, no?” conclude e se la ride di gusto esortandoci ad avvicinarci a lei. Sembra che non veda l’ora di cantarlo. Che abbia preso un antiemetico nel frattempo? E come bis, quasi a tradimento, ci assesta anche Pazza idea. Avete presente quando Miguel Bosè canta Un anno d’amore, in Tacchi a spillo, e quelli delle prime file lo imitano nei gesti? Più o meno avviene la stessa cosa, in un crescendo di Karaoke e di telefonini che registrano gocce di mito e che ci fa sentire tutti appagati e condividenti. Anche gli etero presenti in sala avvertono brividi birichini giù, lungo la schiena.

I gesti di Patty rimangono impressi nelle nostre retine: le palme delle mani rivolte verso il cielo, i capelli biondissimi tormentati e frustati dall’ennesimo colpo di mano, l’asta del microfono a mezz’asta, il busto eretto, la gamba sinistra in avanti. La statua di una dea.

A conti fatti dunque direi che Patty Pravo non si è annoiata neanche tanto, che noi siamo stati abbastanza accontentati e che lei ha vinto la sua battaglia perché alla fine, una botta al cerchio e una alla botte, si è sfogata e ha rockkeggiato quanto le è parso e piaciuto tanto per riconfermare la sua indomita ed estrosa personalità di cantante anticonformista e professionista abile e fuori dal coro.

Ci è piaciuta moltissimo per la classe, l’eleganza, la grinta, la gestualità, la voce importante ancora sicura. E’ riuscita ad accendere Milano e ad ammantarla di un alone di magia e di onirica e ro(ck)mantica passione. Brava, anzi, bravissima. E intelligente.

Ma mi voglio concedere un sogno diverso alla fine di questa mia recensione perché questo ho pensato in metrò, tornando a casa. Quattro anni fa mi recai a Roma e la intervistai, in occasione dell’uscita nelle sale del film di Ozpetec. La sua eterea Sogno si incastonò in quel film alla perfezione come un diamante in un anello. Patty-Nicoletta non aveva un filo di trucco in faccia, quel giorno a casa sua, e mi sembrò bellissima. Ricordo ancora i suoi occhi meravigliosi, pervinca. La pelle di porcellana. Il suo corpo piccolo, perfetto, vestito di un semplice jeans e una t-shirt bianca. Altro che paradiso! Di più! Così acqua e sapone, e “tutta romanticamente pop”, me la voglio immaginare, appoggiata a un pianoforte, in bilico tra due note e due strumenti, mentre mi snocciola tutte canzoni soffici e tranquille come Sogno, Com’è bello far l’amore, Per una bambola, Dolce una follia, Pigramente signora, La canzone degli amanti, Di vero in fondo, Io non so perché mi sto innamorando, ‘Na canzone, Il vento e le rose, Incontro, Angelus, Notti guai e libertà, e perché no, anche Donna con te. Qualcuno si ricorda quando si rifiutò di cantare quel pezzo a Sanremo perché il testo le faceva schifo e al posto suo ci misero Anna Oxa? Magari dal ‘90 a oggi è riuscita a vestirla con qualche terzina a lei congeniale! Ma chi sono io per decidere una scaletta? Non sono mica Nando Sepe la vendetta!

E lei sicuramente concluderebbe dicendo: una scaletta del genere? Sai che palle!

foto di sam cosmai

 

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GRANDE GRANDE GRANDE MINA

Pino Presti racconta… come nacque Grande grande grande

Raccolto da Lucio Nocentini e pubblicato in Mina talk di Fernando Fratarcangeli

L’antefatto si svolse durante la tournée nel 1970. Ci spostavamo preferibilmente in macchina o in treno.

Si giocava a poker in uno scompartimento ferroviario, certe volte a soldini, io, la Mina, Bernardini, che era il grande patron della Bussola, artefice di quella tournée Mina-Gaber, e Alberto Baldan, che era il pianista dell’orchestra.

Giocando persi proprio con lei una certa cifra, due o trecentomila lire dell’epoca, non erano maluccio. Era molto brava a carte, sveglia, corretta.

Arrivati in albergo compilai l’assegno: bussai alla camera di Mina, entrai e dissi: – Ho qui l’assegno da darti.

  • Non ne parliamo neanche. Assolutamente. Non lo voglio.

  • No, l’assegno tu lo prendi.

  • Assolutamente no.

    Andiamo un po’ avanti con questa piccola lotta quando…

    Devo fare un piccolo passo indietro.

    Viaggiando di notte lei aveva sentito alla radio due brani strumentali che io avevo fatto per la Ricordi, e le erano piaciuti.

    Allora ho giocato la carta; – e va bene, ho detto, visto che non vuoi i soldi ti farò un arrangiamento gratis, quando lo vorrai, ma mi deve piacere!

    Lei rise e a quel punto chiudemmo così.

    C’era un pezzo che le era stato arrangiato due volte. Lo voleva buttare via. Ma decise di tentare un’ultima carta con me.

    Vado in Basilica, ascolto la canzone, sento che può esserci qualcosa di forte; effettivamente gli arrangiamenti fatti sapevano di vecchio… si può far fare al pezzo una svolta più moderna.

    Era luglio, ricordo, quando ci siamo salutati… lasciandomi all’uscita della sala Mina mi disse: – Pino, non ti preoccupare. Se io non dovessi fare questo pezzo significa che è sfigato, e allora lo butteremo nel cesso.

    Tutta l’estate fu una vacanza-lavoro con Augusto Martelli: io ero il suo bassista. Provai e riprovai l’arrangiamento, quasi ogni pomeriggio.

    In settembre tornai in Basilica e realizzai la base, come facevo sempre, con i musicisti e così è nacque Grande grande grande.

    Tony Renis sulle prime rimase un po’ perplesso perché immaginava qualcosa di spagnoleggiante. Mina lo ascoltò e fu contentissima. Rimase entusiasta. Il resto è storia.

    Il pezzo ha funzionato e io non sono stato pagato per l’arrangiamento come d’accordo, anche se il delizioso papà Mazzini, previa telefonata, mi fece pervenire un assegno in regalo.

    Per lei comunque io avrei lavorato gratis.

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MINA NATALE 2013

MINA CHRISTMAS, CAMPANELLINI SI’, CAMPANELLINI NO…
di lucio nocentini

Da anni aspettavamo che Mina ci regalasse il brivido natalizio. Ma che dico anni. Decenni.
Così abbiamo avuto modo e soprattutto tempo (tutto il novecento) per immaginarcelo questo Natale di “casa Mazzini”. Come? In tanti modi, anche troppi, con campanellini che trillano e tintinnano da tutte le parti, slitte che scorrazzano e scarrozzano avanti e indietro sui solchi (del microsolco), e spazzole, e trombe e clarini e clarinetti, e arpe pizzicate, e cori di bambini e languidi violini, e insomma chi più ne ha più ne metta.
Ma tutta questa coreografia del Natale, (palle e abeti, luci colorate intermittenti e Babbi Natale che scavalcano i balconi) a Mina è mai piaciuta? Parrebbe proprio di no. Anzi, quando ha potuto qualche frecciatina avvelenata l’ha scagliata (Ridi Pagliaccio): “Arriva di nuovo Natale, si insegna i bambini a mentire…si porge una guancia, si allunga una mancia, scordando però il male di pancia… oggi è Natale, passati due giorni però te la faccio pagare!”.
Per non parlare della sfigata Viglilia di Natale di Frutta e verdura (1973): “Ma sotto il mio albero, Papà Natale non passerà… e vorrei avergli scritto anch’io… un foglio mio, col nome tuo e in fondo addio, amore mio addio!” (arrangiava il grande Pino Presti).
Eppure “la nostra” tante frecciate le ha scagliate anche contro l’estate…
(Odiando l’estate più di Bruno Martino non metto fuori nemmeno un dito fino a sera tardi. Infatti il mio colorito è tra l’azzurrino e un biglietto del tram. Uso un pre-sole formidabile. Il soffitto, il tetto di casa mia. Sapere che ho davanti mesi di caldo e di sole che mi brucia gli occhi, che mi ustiona l’umore, mi abbatte. Sogno già il primo maglioncino, le prime piogge e il primo cielo grigio. Mi dicono che non sono tanto normale. Le finestre aperte, il rumore degli zoccoli, le magliette sudate, le donne vestite in turchese perché fa risaltare l’abbronzatura, la paletta con il secchiello, i ciclisti di stagione che circolano come degli ubriachi, le gite in barca, persino la musica che ti viene in casa da chissà quale festa awaiana mi fanno orrore. Vanity Fair).
Dunque arguisco che le piaccia la mezza stagione. Ma come si dice, non esiste più la mezza stagione!
E allora?
Allora, noi poveri metereopatici mortali, avevamo proprio perso le speranze.
Nelle nostre compilaton di Natale, grondanti e ridondanti di Diane Ross, Natalie Cole, Franchi Sinatra, Barbre Straisand, Michaeli Boubléé e compagnia bella mancava sempre una Mina con le palle (di Natale).
Non potevamo mica infilarci le performances live di Canzonissima sessantotto con applausi e cori da lotteria di Panelli e Chiari!
Nel 2000 dopo Cristo, con Dalla terra arriva un debolissimo segnale a proposito del Bambin Gesù. Quanno nascette ninno, cioè Tu scendi dalle stelle in versione originale-dialettale. Un po’ pochino, in verità, nonostante la purezza e la delicatezza del pezzo.
Con Caramella + bonus Strenna di Natale (2010) arriva un segnale più forte. Mele Kalikimaka, un gioiello inaspettato e molto divertente, (che begli ukulele e che atmosfere hawaiane!) e in accoppiata una intima e malinconica Silent Night. Un altro piccolo grande cadeau natalizio: Have Yourself a Merry Little Christmas ci arriva inaspettatamente l’anno scorso, in 12 American Songbook.
E finalmente ecco il tanto desiderato disco di Natale di Mina. Anno Domini 2013! Tutti pronti al grande ascolto e ad aprire le scatole con i pastori, le decorazioni, e il bellissimo cd dove appare una Mina Paperina Uak illustrata dal Cavazzano della Disney, ma…
Accidenti! Non ci sono campanellini neanche in Jingle Bell Rock. Manco in Let it Snow! Possibile? Come sarebbe a dire! Un disco di Natale Jazz? Ma la Mina è fuori?
No. Mina non è mai fuori. Il disco si apre con due pezzi molto soft a dir poco straordinari, poi si sviluppa in una alternanza di classici e divertissement leggermente swingati. Regna ovunque il rigore, l’essenziale, il minimal. Un filo di voce e un filo di piano, un filo di viola, un filo di chitarra. In linea con i tempi scarni che stiamo vivendo, un filo di valori morali e un filo di creatività.
E’ vero, al primo ascolto si può rimanere un po’ spiazzati.
Ma ascoltatelo tutto, più volte questo straordinario Mina Christmas song book. E riascoltatelo. Vedrete che vi piacerà ogni volta sempre di più. Ve lo giuro.
Appaiono come d’incanto sfumature nella voce di Mina che non si erano colte subito. E questa è una specie di magia. Un incantesimo. L’incantesimo del Natale di Mina. Il vero Secret of Christmas, tanto per citare il pezzo forse “più meraviglioso” di questa ultima sua fatica.
Piacevolissima la performance di Fiorello, (duetta con Mina in Baby, it’s Cold Outside). Ma mi è venuto da pensare a come sarebbe stato straordinario anche un duetto con Mario Biondi e proprio oggi, manco a farlo apposta, su un quotidiano ho letto queste sue parole:
“In Dreaming land, uno dei due inediti del mio disco di Natale, Mario Christmas, avrei ospitato volentieri Mina, ma quando ho letto che stava già registrando un suo disco di Natale e che aveva detto no a una proposta di Gianni Morandi, ho pensato di rimandare il nostro incontro a un’altra volta. Stiamo diventando degli eterni promessi sposi, visto che tre anni fa, nell’album Caramella avrei dovuto incidere il duetto You Get Me, poi andato a Seal. Gli impegni promozionali del mio album IF infatti mi costrinsero a dirle di no. Col cuore a pezzi.”
Il disco Natalizio appena uscito di Mario è tutto un trillo e un campanello tra zampogne e panettoni, archi, luci intermittenti, cori e frenesia della festa.
Una delizia che “profuma” di Swing, di allegria, di renne di pupazzi e di palle di neve.
Un duetto Mina Biondi, dunque? Quanto sarebbe bello e interessante un disco intero. Mario ha una voce troppo sexy e una cultura-bravura musicale esagerata. Pensatele insieme queste due voci da infarto! Come dicono in Toscana, sarebbe la volta che ci potremmo “togliere la sete col prosciutto!”.
Concludendo, a proposito della buona musica da ascoltare durante le imminenti feste natalizie, cito una frase di Cinzia Leone dalla tanto rimpianta “Tivù delle ragazze” perché mi sembra un’ottima ricetta: “te pigli qualcosa per stare su sei sei troppo giù, (Mario Christmas), e qualcosa per tornare giù, se sei andato troppo su, (Mina Christmas Song Book)!

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ANCORA WILMA DETECTIVE!

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PARIGI VAL BENE UNA MOSTRA… DAL 16 AL 30 LUGLIO 2013 A LE PURGATOIRE, 54 RUE DU PARADIS…

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sirene

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la donna che amava Matisse, particolare

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Su RARO! di dicembre, intervista di ALICE…

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a luglio in libreria, un’altra Wilma in giallo!

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Wilma De Angelis ha fatto le ore piccole in discoteca per presentare il nuovo libro “Assassinio sul Malpensa-Express”. L’abbiamo beccata abbracciata a un giovane che non è il suo compagno. Qualcuno di voi sa chi è?

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A Venezia un dicembre…

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A gennaio in libreria…

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Intanto a Montechiaruglo, in provincia di Parma…

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L’invasione di sirene continua…

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PIATTI D’AUTORE A GENOVA

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