Angelo Branduardi

Premetto che ho sempre coltivato l’hobby delle poesie primitive, specie quelle d’amore, dei popoli lontani. Da tre decenni oramai ho collezionato roba introvabile o addirittura non edita. Ho acquistato libri rari, ho visitato biblioteche, ho scambiato ciclostili (trent’anni fa non esisteva internet) con “pen friends” di tutto il mondo che come me cercavano rarità… Mia moglie e io abbiamo sconfinato… e possediamo materiali di tantissime provenienze.

Avendo questo amore in comune, ma devo dire che l’idea è stata mia, abbiamo pensato di scegliere 14 brani, di tradurli, adattarli, musicarli, cantarli. Ci siamo occupati così della poesia d’amore lontana nello spazio e nel tempo, e abbiamo fatto delle scelte particolari, privilegiando a volte il gusto personale, a volte la funzionalità. Si va da Catullo alla poesia classica cinese e giapponese, da Shakespeare che canta uno dei sonetti d’amore più belli che siano mai stati scritti (forever young) alla poesia irlandese, a quella araba, celtica, persiana, nepalese. Nel duetto con Cecilia Gasdia per esempio si respira un clima vagamente post vagneriano, straussiano. Parla di un addio.

Amo molto anche “Laila Laila”, che ha un testo straordinario di origine Nepalese. E’ una struggente poesia per l’innamorata che si chiama Laila.

E se mia moglie si è preoccupata prevalentemente dei testi, io ho creato la musica insieme a Carlo Gargioni (controlla, io non ho avuto il disco originale, ma una copia). Abbiamo suonato tutti gli strumenti da soli e ciò, lo confesso, mi riempie di orgoglio!

“Musica che passione”, insomma!

Certo è che io adoro ascoltare quella classica e ho un’emozione minore col melodramma italiano, a parte certe cose di Puccini. Ho una “cotta” sconfinata per Bach. Sai che Wagner diceva “io credo in Dio, Bach e Mozart”?

Beh, io pure.

Per quello che riguarda invece il pop degli ultimi anni ascolto la musica americana, nel senso più ampio, da Springsteen, a The Carpenters, a tutto il country rock al femminile. Io trovo logico il senso di questa musica… il senso di spazio che manca geograficamente in Europa. La musica inglese, su di me, ha uno strano effetto paranoico. Mi angoscia. Mi trasmette il senso del vuoto.

In Italia menzionerei tre grandi: De Andrè che era anche un mio caro amico, Paolo Conte e Franco Battiato. Certo che se intervengono voci strumento come quella di Giuni Russo, o di Demetrio Stratos (controlla!!!) che possono uscire dagli schemi della cosiddetta musica leggera, si può ottenere il massimo.

Nel mio caso, un lavoro rigorosissimo che ha avuto inaspettatamente molto successo è stato quello di San Francesco. Mi davano del pazzo, ricordo, perché avevo proposto un simile progetto, eppure abbiamo fatto più di 120 concerti, e abbiamo deciso di fermarci per non farci travolgere dalla vastità di quello che avremmo potuto aggiungere. Pensa in quel caso avevamo dei limiti imposti dagli stessi Francescani (loro sono stati a commissionare il tutto) e io credo che lo spettacolo abbia funzionato grazie al passaparola. Non ci sono altri motivi, perché non ho fatto televisione e niente è stato mai passato in radio.

Prendi invece quest’ultimo lavoro. Anche questa volta, alla fine, sono stato colto da gastroenterite nervosa, e allora vuol dire che va bene, perché quando non proverò più niente, in sala o sul palco, sarà giunta l’ora di ritirarmi. Funzionerà questo disco? Non lo so. Io vengo sempre molto sorpreso quando raggiungo un risultato, piccolo o grande che sia. Sai, ti sembrerà strano ma quando ero giovane io ero convinto di essere veramente bravo. Poi ho continuato a studiare, dopo il conservatorio, fino ai giorni nostri, e allora, beh, io ho dei grandi dubbi sul fatto di esserlo (bravo) davvero. Avendo più armi a disposizione, so che qualsiasi cosa faccia ha almeno mille altre soluzioni. Prima si trattava di scegliere solo tra il bianco e il nero, capisci?

Ero molto piccolo, e già facevo musica. Coccolato da tutti, a Genova come bambino con mille virgolette “prodigio”. Io vengo da una famiglia lombarda, di antica tradizione contadina, e all’età di soli tre mesi sono stato trapiantato a Genova. Mio padre lavorava al porto, e mia madre, ventiseienne, vedeva il mare per la prima volta. Fino a tredici anni ho abitato in via della Maddalena, che finisce in via del Campo, che prosegue in via Prè. Abitavo in una condizione pittoresca. Vivevamo con le cose che uscivano di contrabbando, e allora poteva capitare che per un mese si mangiasse filetto argentino, e per un altro solo banane (io le odio!). Genova per me è stata una scuola di vita incredibile…

Mio padre era un melomane, Verdiano per esattezza, e fu lui un giorno che mi portò da un maestro di violino. Io non sapevo neanche che strumento fosse. Il maestro aprì la scatola, sorridendo, me lo mostrò, e io ricordo come se fosse ora la meraviglia del suo odore. Cera mista a fumo (si trattava di un violino del 1700, di scuola tirolese): io rimasi folgorato. Cominciai a studiare con quel maestro che mi portò al diploma e suonai professionalmente a soli undici anni. Suonai in un’orchestra… fu entusiasmante. Poi, appena diplomato, nel ’65, o ’66, tornammo a Milano e allora andavo a suonare spesso alla “Casa di riposo per musicisti di Giuseppe Verdi”. Non ricordo come, finii nel giro dei “turnisti”, brutto nome che descrive coloro che vengono chiamati a suonare nei dischi di altri artisti. Suonai anche per Mina. (Anche “un certo” Burt Backharah fece il turnista durante l’unica tournee americana della signora Mazzini, nel lontano 1962-3 N.d.A.)

Ero considerato un tipo strano, e i produttori chiedevano me come primo violino. Il mio compagno di leggio, il più giovane avrà avuto sessant’anni.

Poi fra una tempesta ormonale e l’altra della mia adolescenza, cominciai a scrivere delle cose. A sedici anni io avevo già conosciuto il “giro” di Maurizio Fabrizio, che comprendeva Dario Baldan, Donato Renzetti detto “Demio” che adesso è un celebre direttore di orchestra classico… e a questo punto ti dico che il mio sogno sarebbe stato dirigere un’orchestra. L’ho fatto qualche volta in sala, ma voglio essere sincero, non sarei in grado di farlo a tutti gli effetti. Non ho quella dose necessaria di autoritarismo.

E’ vero. E’ il mio sogno, ed era anche lo stesso sogno di mio papà. Ricordo che lui si chiudeva in camera, metteva su un disco, e lo dirigeva tutto!

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