Irene Grandi

IRENE GRANDI – Io i poeti li abbordo in treno!

Irene appare bella e in grandissima forma mentre ci parla di Alle porte del sogno, la sua ultima strepitosa fatica, mentre il singolo La cometa di Halley che ha presentato a Sanremo sta spopolando in radio. Durante il festival la simpaticissima cantante toscana è stata seguita da un operatore che l’ha filmata durante il backstage e l’ha ripresa in divertenti occasioni. Su Youtube circolano i video ufficiali e non… ma sentiamo cosa ci racconta lei stessa di questo disco e di tante altre cose…

Questo disco si chiama Alle porte del sogno, e segna una grande crescita per me che sono co-produttrice e anche tante volte autrice o co-autrice. In alcune canzoni ho scritto le melodie, perché io sono una “melodista” e in alcune i testi perché sono stata determinata a voler dire quelle cose con parole mie. Sono davvero soddisfatta di questa mia crescita. Io sono nata sul palco, e da giovane soffrivo il momento della creatività. Adesso, quasi quasi, adoro di più questa prima fase e mi fa un po’ fatica andare a promuovere il disco. E’ bellissimo il momento in cui adattiamo i testi alle musiche. E questa volta l’ho fatto con collaboratori più o meno noti, ma tutti bravissimi, anche quelli alle prime armi. Il più ”anziano” è stato Curreri. Gaetano con Saverio Grandi e io abbiamo fatto questo pezzo “Stai ferma” che chiude il disco.

E’ un bel pezzo che riassume tutto il disco

Infatti, e ha un legame col passato. Comunque questo nuovo disco ha un sound particolare a cominciare da La cometa di Halley di Bianconi, che si sa, scrive in una maniera nuova e contemporanea. Pur essendo una melodia distesa, la sua, non è mai troppo melodica. Volendo ha forse qualche rimando con Battiato, e si avvale di questi slanci “dritti” ma contemporanei. Come Bruci la Città addirittura escluda da Sanremo. Quest’anno ci abbiamo voluto riprovare, e trovo Bianconi perfetto per me. Credo molto in lui come autore. Riesco a reinterpretare le sue canzoni facendole mie. Si sente la sua mano però si avverte anche la mia rielaborazione.

Oltre a Curreri e Bianconi che sono più conosciuti in questo disco c’è il mio produttore Pio Stefanini che è anche co-autore di molte canzoni, e se vai a ricercare nei miei dischi passati trovi spesso il suo nome. Parallelamente, negli anni, mentre io diventavo sempre di più brava a cantare lui diventava sempre di più un bravo produttore e adesso ci sentiamo piacevolmente consapevoli di aver fatto un bel percorso insieme e di essere allo stesso pari. Sai, il produttore per un cantante agli inizi è una figura quasi terrorizzante. Sighieri che è l’altro autore di tanta musica è un chitarrista fantastico, che riesce a fare questi suoni aerei, modernissimi, con i campionatori. Io ho lavorato sulla struttura, sui testi… ma la novità in questo progetto è che abbiamo introdotto un poeta che si chiama Alfredo Vestrini. Trentenne nato nel Mugello è stato una novità emozionante per noi. E’ proprio come si immagina che sia un poeta, con questo cappello, ha un fare misterioso, un’aria da puro, border line, amante di Nick Cave e Tom Waits. Gande gusto e grande personalità, un po’ maledetta, dalle sfumature crepuscolari. Nelle sue creazioni ha un bel modo di affrontare il dolore per poi trovare la luce e rinascere. E’ stata una grande fonte di ispirazione per tutti noi musicisti che ha portato tante belle parole e concetti che abbiamo assemblato in maniera fantastica.

Come lo hai conosciuto?

In treno. Sul trenino che da Firenze mi portava al lavoro ho notato questo tipo che leggeva un libro e mi ha incuriosito. Ho visto che leggeva poesie. Ci siamo un po’ “sguardati”. Al momento di scendere ci siamo resi conto che scendevamo alla stessa stazione, Borgo San Lorenzo dove c’è questo studio, cosiddetto “collina”, piccolissimo in mezzo alla campagna, come una casa tecnologica in mezzo al verde. Una figata. Territorio ideale per comporre e ideale per il poeta per andare a fare una passeggiata per ispirarsi. Comunque era inevitabile che conoscessi Alfredo, perché essendo di Borgo San Lorenzo, il mio produttore lo conosceva. Con Pio ci siamo chiesti se il nostro incontro è stato casuale oppure no… così l’abbiamo contattato e è andata!

Per quanto tempo hai lavorato a questo tuo ultimo progetto?

Nel 2006 sono nate le prime cellule. Poi la casa discografica ha preferito un best per Bruci la città. Quindi ho avuto tutta la tranquillità per fare i pezzi nuovi, anche se spesso ero in tournée. Ogni tanto veniva fuori qualcosa di nuovo. Poi c’è stata la preparazione del disco di Natale che mi ha portato via altro tempo. Ho raccolto le idee e nel rash finale abbiamo scritto sei pezzi in due settimane e quando sei sotto pressione lavori in maniera concentrata e ciò ti permette di essere attuale e di avere un filo conduttore. Questa volta abbiamo avuto visioni cosmiche. La musica è più aperta e ci sono i tastieroni che volano. E’ un disco aereo, e i testi sono meno spiegati, ermetici, e ognuno può immaginarci sopra la propria storia.

Il ritmo di molte canzoni di Alle porte del sogno mi ha fatto ripensare alle atmosfere anni ottanta dell’ Amore disperato di Nada.

Ah, che bello! E in alcuni momenti, in questo mio disco ci sento anche Alice, Ivan Cattaneo e Alberto Camerini. Pezzi come L’amore che viene e che va, e Mi manca, sono molto anni ottanta. Sai, inventare è un po’ un casino. Prendere ispirazione è ormai consueto e gli ottanta sono di tendenza, è vero. E mi piacciono.

Tu vivi a Firenze?

All’Impruneta. Per ventitre anni sono andata sempre in giro per l’Italia. Poi ho deciso di fermarmi a Firenze per mantenere le mie radici. In realtà sono una zingara. Ero, una zingara. Ogni camera d’albergo era una casa. Non ho avuto una vera abitazione per quindici anni. Adesso invece ho ritrovato uno splendido rapporto con la natura, amo la campagna e non ho bisogno di uscire per distrarmi, anzi, la quiete stimola la mia creatività. Adesso sai, dopo quindici anni di tournée mi sento più grande e sento l’esigenza di raccogliermi in me stessa.

Secondo te, Vasco Rossi è un cantante rock?

Ormai è poco rock.

E tu? Io ti ho conosciuto e ti ho molto apprezzato con i pezzi più melodici, come Vai vai vai, ma forse sei venuta fuori alla grande con La tua ragazza sempre e Prima di partire per un lungo viaggio. Però poi hai fatto centro con Sono come tu mi vuoi. Qual è la tua vera anima?

Io ho questo dualismo, è vero. Comunque il mio rock è sempre stato melodico, e in Italia in effetti, se non fai la melodia rimani un po’ di nicchia, come Gli Afetrhours, i Baustelle… Giovanni Lindo Ferretti è un vero punk rock… chi cazzo è, dici te? Lo conosce chi ama il rock ma in Italia non è famoso. Insomma da noi il rock è sempre stato un po’ mediato dalla melodia. Anche i Litfiba erano a metà tra rock e melodia. Piero (Pelù) canta a voce spiegata. Se Vasco è il nostro re del rock, si capisce che l’Italia ha bisogno di melodia. La nostra canzone per tradizione porta delle radici napoletane: il rock è stato una contaminazione. Così noi cantanti ci siamo voluti evolvere, sposando questi suoni hard, però spesso succede che per essere competitivo e soprattutto per avere qualche chance all’estero, più melodico sei e meglio è. La vita dei rocchettari in Italia è dura. Il mio disco più rock, Indelebile, con le canzoni incazzate, una parlava in particolare di Janis Joplin, è stato quello che è andato peggio. Nel mio ultimo disco invece non ho voluto schitarrate che mi sembrano un po’ antiche. L’arrangiamento l’ho voluto elettronico sì, ma il filo conduttore è la melodia, e le contaminazioni possono essere anche soul o reggae. Ma alla fine, dell’Italia deve rimanere il canto, io penso.

Il boom di Bruci la città te lo aspettavi?

E stata una roba folgorante. Comunque è buffo che io, aiutata negli anni da Vasco Rossi, Pino Daniele, Jovanotti, Ramazzotti, adesso mi sia trovata e mi trovi tuttora impegnata a valorizzare un emergente Baustelle! Questo capovolgimento di ruoli mi intriga. E Bruci la città è stata la prima pietra di questo nuovo percorso.

Sono come tu mi vuoi, i giovani che non l’hanno conosciuta da Mina, pensano che sia una canzone nuova.

E’ vero. E’ diventata quasi mia. L’abbiamo riscoperta grazie a una compilation che ci ha dato la Warner. Erano anni che volevo fare una cover di Mina, ma non si trovava mai la canzone giusta, e non si poteva né andare a finire sul piano bar, né andare a toccare pezzi troppo conosciuti. Sono come tu mi vuoi non era stata mai reinterpretata, ed è stata una specie di riscoperta. Aveva il gusto di quei bei programmi in bianco e nero dove i cantanti facevano anche gli attori o i presentatori, e il nostro video è stato una scopiazzatura di quelle trasmissioni incredibili. Poi, mi piace contaminare e farmi contaminare, e per quello ho fatto il video con Alessandro Gassman per il disco di Natale. Amo mischiare per fare spettacolo.

E con Mina hai avuto contatti?

Con Massimiliano che mi disse che gli era piaciuta la mia versione, però poi non è venuto a fare la comparsa nel video, che mi avrebbe fatto tanto piacere. Avevo chiamato tanti amici insieme a me per celebrare gli anni sessanta. C’erano anche Simona Bencini incinta, c’era Francesco Bianconi… Ho chiamato anche un po’ delle mie fan che ho sempre davanti al palco… C’era anche un gruppo emergente, i Jetlag, e Red Ronnie. Ma mi è mancato Massimiliano Pani a fare rappresentanza della madre. Comunque mi hanno molto bene i suoi complimenti, e indirettamente quelli di Mina. La mia versione, io credo, si possa considerare rispettosa ma con grinta. Non ho cambiato note, forse una nel ritornello. L’arrangiamento certo è più attuale di quello classico con l’orchestra. Suoni un po’ più sintetici che mi piacciono tanto.

Comunque, andando a cercare nei tuoi dischi ci sono tantissime belle canzoni! Sembra che tutto quello che tocchi diventa eccezionale.

Durante i miei concerti me ne rendo conto, e un sacco di gente me lo dice: “cavolo quante canzoni belle che mi ero quasi dimenticato!”. Ed è una bella soddisfazione. La varietà è stata quasi penalizzante per me, ma forse alla fine ripaga. Penalizzante, perché molti si chiedevano, ma che genere vuole fare questa? Cosa vuole fare da grande? In effetti la mia voce si presta a varie esperienze, mi ha dato la possibilità di cambiare, di osare e non essere sempre ripetitiva come invece a volte noto in certe miei colleghi che, Dio bòno, sembra che facciano la stessa canzone da trent’anni!

E con il cinema ti sei “contaminata”?

No. A parte la parentesi bellissima che ho fatto dal Barbiere di Rio, ma oramai sono passati quindici anni, non sono mai riuscita a piazzare una colonna sonora in un film italiano, e mi dispiace. Anzi, colgo l’occasione per offrire la mia disponibilità. Sai mai che qualche regista legga l’articolo (ride di gusto). Ho fatto sì il doppiaggio per un cartone animato e mi sono divertita come una bambina. Facevo l’Apetta Giulia e Daria Bignardi faceva la mamma cattivissima.

Sanremo. Cosa pensi del festival?

Sanremo per me è una tentazione, che uno basta che non esageri. I ne ho fatti tre in quindici anni, e mi ha sempre portato bene. Sono una grande performer ed è difficile che qualcuno mi freghi, dal vivo. Mi sono prestata volentieri a una gara canora dove c’erano sia un’emergente come Marco Mengoni che un veterano come Toto Cutugno. Dicono Sanremo, che schifo! Eppoi lo guardano tutti perché comunque ti fa emozionare il fatto che ogni cosa sia cantata dal vivo, e puoi sbagliare. Tutti gli artisti ci sono prima o poi passati come Mina, Ornella, Endrigo, e alcuni addirittura nati, come Nada, Zucchero, Dalla,Vasco, Ramazzotti, Laura Pausini, Giorgia… Tornando a me, senza voler inflazionare, qualche uscita esplosiva, ci vuole, soprattutto se c’è una bella canzone, no?

La Cometa di Halley è una gran bella canzone!

La cometa di Halley è una canzone stupenda, e a me chi m’ammazza? Mi diverto, mi emoziono, ho paura tutte le volte di cadere sul palcoscenico, però va bene vivere quel momento, ed è bello che in Italia ci sia il festival. Quelle serate rimangono comunque un pezzo della tua carriera. Alla televisione a volte da guardare è un po’ palloso, ma a esserci proprio no!

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