patty e la luna (tour) che illumina Milano

 

Patty Pravo, la luna (tour) che illumina Milano…

di lucio nocentini

Il teatro si riempie, le luci si attenuano e arriva lei, divina, ultima star del firmamento musicale italiano, icona gay, sulle note (dure) di Dai sali su. Indossa una giacca soprabito nera, di paillettes e pantaloni attillati neri. Il volto levigato è più dolce e rotondo di sempre. Non molto diverso da quello della ragazza del Piper, quella che cantava Ragazzo triste e che apparve in tailleur pantalone gessato per la prima volta in tivù nel 1967 a “Scala Reale”, la trasmissione abbinata alla lotteria di Capodanno. Caspita quanti anni sono passati! Ma non sarà stufa, di calcare il palcoscenico, perdipiù con lo stesso look di allora? E cosa c’entra questo pezzo rock con l’atmosfera da auditorium che ci avvolge? Non siamo mica in uno stadio? Mi domando. Allora mi metto a riflettere alle volte che ho avuto il modo (e la grande fortuna grazie al mio amico Roberto Bargero) di parlarle e di chiederle, per esempio, quale sarebbe stata la scaletta del concerto, una sera di gennaio, nel bergamasco, del 1997. Di lì a poco avrebbe dovuto andare a Sanremo per presentare quel pezzo meraviglioso che è E dimmi che non vuoi morire. Lei mi confessò che quella canzone di Vasco non le piaceva neanche un po’ ma che le era stata imposta dal produttore artistico (Nando Sepe) e che per allungare il brodo avrebbe dovuto riproporre una manciata di cover tipo Pazza idea e Pensiero stupendo. Aggiunse che solo l’idea di salire sul palcoscenico per cantare quelle robe vecchie la faceva vomitare. In effetti le sue precedenti proposte, il cd cinese Ideogrammi e il pezzo con il quale era arrivata ultima a Sanremo 1995, I giorni dell’armonia ci avevano mostrato una cantante un po’ annoiata, certo non vincente, ma comunque tosta e in cerca di nuovo. Una donna proiettata nel futuro. Una “avanti” o comunque controcorrente. Come sempre lo era stata fino a quel periodo.

E cosa succede neanche un mese dopo quel concerto? La canzone di Vasco spopola e riporta di prepotenza Patty Pravo sulla cresta dell’onda. I jukebox, le radio e la tivù non fanno che proporla e riproporla. E il cd, (titolo Bye Bye Patty) oltre a quella straordinaria canzone contiene l’intero concerto live tutto fatto di cover, che vanno appunto da Ragazzo Triste a Pensiero stupendo passando dalla Bambola, da Qui e là fino a Pazza idea. Un milione e ottocentomila copie vendute, se non ricordo male. Sono soldoni. Patty non può che dire, a denti stretti, “Grazie Nando ”.

Ma torniamo subito al presente. Alla scaletta di questa serata. La luna che dà il titolo al tour. E’ un pezzo accattivante, tagliato (da Vasco) su misura per lei. Cambio di giacca (“preferisco questa rossa!”) e vai con un altro pezzo, Parole, dove le chitarre elettriche fanno da padrone.

Siamo sicuri che ci piaccia questa Pravo rock? Ha tanta voce, ma con quelle schitarrate sopra, non basta mai e parte del testo va persa nel rimbombo del teatro. Per fortuna è “costretta” ad alternare anche con canzoni più soft come Se perdo te e E dimmi che non vuoi morire! Ma tra le cover, e questo devo dire è molto piacevole, va a scovare pezzi del suo repertorio che si erano persi nel dimenticatoio. Un sempre forte ed efficacissimo battistiano Io ti venderei, un sempreverde I giardini di Kensington e l’ermetico e singolare Tripoli 69 (che bisognerebbe intervistare l’autore, Paolo Conte, per farci spiegare cosa vuol dire. L’unica cosa che capimmo, nel lontano ’69, quando Patty lo cantò durante la finalissima di Canzonissima per la prima volta, è che parlava di una coppia di amanti che mentre fuori nevicava, in casa avevano tanto di quel caldo… talmente tanto che raggiungevano Tripoli, beati loro. Che il 69 fosse la posizione del kamasutra e non il 1969?). La lista prosegue con Nel giardino dell’amore, bel pezzo fascinoso da Canzonissima 70 e Il mio fiore nero, una vibrante e inaspettata chicca datata anche lei 1970.

Qualcuno le urla Tutt’al più, ma lei risponde che non è in vena di cantare canzoni del suo periodo francese.

Con La mela in tasca ripartono le chitarre elettriche e il basso a tutto spiano. Anche La bambola in spagnolo tra chitarre e nacchere ci sembra una canzone “moderna” in questa operazione di “modernariato”, perché diciamolo, dal ’68 a oggi se la matematica non è un’opinione sono passati quarantacinque anni!

Autostop, e Notti bianche, con qualche perdonabilissima incertezza.

Patty è rilassata e soddisfatta e annuncia: “Adesso facciamo un salto in paradiso, con Il paradiso, appunto, e dai, mi piacerebbe che poteste salire tutti sul palco a cantarlo con me”. Ma i body guard restano immobili e serrati uno in fianco all’altro, come uno scudo, con i pettorali in bella vista. “…e adesso che siamo alla fine, come ci lasciamo? Io direi con un Pensiero stupendo, no?” conclude e se la ride di gusto esortandoci ad avvicinarci a lei. Sembra che non veda l’ora di cantarlo. Che abbia preso un antiemetico nel frattempo? E come bis, quasi a tradimento, ci assesta anche Pazza idea. Avete presente quando Miguel Bosè canta Un anno d’amore, in Tacchi a spillo, e quelli delle prime file lo imitano nei gesti? Più o meno avviene la stessa cosa, in un crescendo di Karaoke e di telefonini che registrano gocce di mito e che ci fa sentire tutti appagati e condividenti. Anche gli etero presenti in sala avvertono brividi birichini giù, lungo la schiena.

I gesti di Patty rimangono impressi nelle nostre retine: le palme delle mani rivolte verso il cielo, i capelli biondissimi tormentati e frustati dall’ennesimo colpo di mano, l’asta del microfono a mezz’asta, il busto eretto, la gamba sinistra in avanti. La statua di una dea.

A conti fatti dunque direi che Patty Pravo non si è annoiata neanche tanto, che noi siamo stati abbastanza accontentati e che lei ha vinto la sua battaglia perché alla fine, una botta al cerchio e una alla botte, si è sfogata e ha rockkeggiato quanto le è parso e piaciuto tanto per riconfermare la sua indomita ed estrosa personalità di cantante anticonformista e professionista abile e fuori dal coro.

Ci è piaciuta moltissimo per la classe, l’eleganza, la grinta, la gestualità, la voce importante ancora sicura. E’ riuscita ad accendere Milano e ad ammantarla di un alone di magia e di onirica e ro(ck)mantica passione. Brava, anzi, bravissima. E intelligente.

Ma mi voglio concedere un sogno diverso alla fine di questa mia recensione perché questo ho pensato in metrò, tornando a casa. Quattro anni fa mi recai a Roma e la intervistai, in occasione dell’uscita nelle sale del film di Ozpetec. La sua eterea Sogno si incastonò in quel film alla perfezione come un diamante in un anello. Patty-Nicoletta non aveva un filo di trucco in faccia, quel giorno a casa sua, e mi sembrò bellissima. Ricordo ancora i suoi occhi meravigliosi, pervinca. La pelle di porcellana. Il suo corpo piccolo, perfetto, vestito di un semplice jeans e una t-shirt bianca. Altro che paradiso! Di più! Così acqua e sapone, e “tutta romanticamente pop”, me la voglio immaginare, appoggiata a un pianoforte, in bilico tra due note e due strumenti, mentre mi snocciola tutte canzoni soffici e tranquille come Sogno, Com’è bello far l’amore, Per una bambola, Dolce una follia, Pigramente signora, La canzone degli amanti, Di vero in fondo, Io non so perché mi sto innamorando, ‘Na canzone, Il vento e le rose, Incontro, Angelus, Notti guai e libertà, e perché no, anche Donna con te. Qualcuno si ricorda quando si rifiutò di cantare quel pezzo a Sanremo perché il testo le faceva schifo e al posto suo ci misero Anna Oxa? Magari dal ‘90 a oggi è riuscita a vestirla con qualche terzina a lei congeniale! Ma chi sono io per decidere una scaletta? Non sono mica Nando Sepe la vendetta!

E lei sicuramente concluderebbe dicendo: una scaletta del genere? Sai che palle!

foto di sam cosmai

 

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